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5 febbraio 2013

Ognuno dà quel che ha


Buonasera a tutti voi, amici e lettori di Educazione Consapevole! 

Il post di oggi sobbolle nella mia mente da diversi giorni, forse anche un paio di settimane o giù di lì. E siccome ultimamente ho tempi di gestazione (e soprattutto travaglio!) lunghi, ecco che soltanto stasera vede la luce.

L'argomento mi è stato offerto dal post di una mamma, letto in uno dei gruppi facebook che seguo. Questa mamma raccontava di come le fosse capitato di salire sull'autobus con il bimbo in fascia e narrava le reazioni suscitate negli astanti, riferendosi in particolare ad una coppia di anziane signore palesemente critiche nei suoi riguardi. Più che critiche... incomprensibilmente sdegnate e sprezzanti, con un atteggiamento e con parole al limite dell'aggressività (nonchè del razzismo, considerando che erano state pronunciate frasi del tipo "come le africane" e "come le zingare"...).

Una protervia apparentemente inspiegabile, di certo inappropriata.

E di seguito al post di questa mamma (sdegnata e parecchio arrabbiata), ecco comparire una cascata di commenti a lei solidali, conditi – a volte – da quasi altrettanta aggressività, con espliciti riferimenti all'ignoranza, alla cattiveria, alla stupidità delle anziane passeggere dell'autobus in questione.

Vi dirò che anche io mi sono alterata non poco, leggendo il post di quella mamma, perchè so cosa significa incontrare sguardi e parole tutt'altro che benevole da parte dello sconosciuto di turno che incontri per strada e che si sente autorizzato a giudicare (ad alta voce, ovviamente) il tuo stile di maternage ad alto contatto (perchè "porti", perchè allatti in pubblico... e così via).

Eppure, dopo aver letto tutti quei commenti così accesi e così rabbiosi, ho realizzato che la catena della rabbia non poteva e non doveva essere l'unica risposta a quell'episodio. Con una tendenza tutta professionale e personale, ho operato uno sforzo immaginativo su quelle anziane signore, così malevole.

Le ho immaginate bambine, un "tot" di anni fa, in un'epoca di autoritarismo educativo che poco spazio lasciava alle emozioni e alla tenerezza. Ho pensato alle bambine che quelle due anziane signore portano ancora dentro, come ognuno di noi porta in sè il proprio "bambino interiore". E non ho potuto vedere altro che due bambine arrabbiate, tristi, invidiose di quella dolcezza e di quella tenerezza così evidenti nella mamma portatrice e nel suo figliolo portato.

Ho pensato alle persone incontrate nel tempo che, in vario modo, mi hanno dimostrato apprezzamento e incoraggiamento, o almeno comprensione e appoggio per le mie scelte di accudimento. Ho pensato ai loro sorrisi, ai complimenti, alla nostalgia evidente nelle parole e negli occhi lucidi di certe nonnine. E ho visto in quelle persone "ex bambini" amati, bambini consolati, accuditi, coccolati. E ho visto bambini interiori pacificati e benevoli.

E allora ho postato anche io un commento in quel post, raccontando la mia visione dei fatti. Sapete? Ho ricevuto apprezzamento per la mia versione e un paio di persone, proprio grazie a quel commento, si sono avvicinate alla realtà di Educazione Consapevole, incuriosite dall'opportunità di leggere la propria storia di vita (e non solo quella!) in un'ottica diversa.

Ieri, dopo una bella e lunga chiacchierata con la mia amica neomammatris (quella della fascia lunga del post "Effetto fascia 4 – The Ripple Effect"), nella quale abbiamo parlato anche di questi argomenti, ho deciso di scrivere questo post. Chissà che, come quel semplice commento su facebook di qualche giorno fa, anche queste parole di oggi possano avvicinare qualcuno ad una visione più consapevole e più comprensiva del proprio ed altrui comportamento. Perchè una volta compreso che "ognuno dà quel che ha", si riesce perfino ad addolcire la propria visione del mondo. Quello dentro di noi. E quello fuori.

Aspetto i vostri commenti... nel frattempo: buona notte a tutti!

Maria Beatrice 

9 marzo 2012

La profezia che si autoavvera

Buongiorno a voi, amici di Educazione Consapevole!

Ieri mattina ho ricevuto un regalo: la visita di una cara amica che è venuta a trovarmi e ha trascorso qualche ora con me, dandomi la possibilità di godere della sua compagnia e di riflettere sul fenomeno della “profezia che si autoavvera”.

Forse qualcuno di voi ne ha già sentito parlare, magari in contesti e situazioni legati alla scaramanzia (“non dire così, che poi succede davvero!” oppure “non dirlo neanche per scherzo, che te la cerchi!”).

Partendo dal presupposto che la profezia che si autoavvera, intesa come fenomeno psicologico e relazionale, nulla ha a che fare con la scaramanzia, possiamo cercare di capire meglio di cosa si tratta.

Io ne ho sentito parlare “correttamente” la prima volta durante una lezione del corso di Psicologia Generale, il primo anno di università. Il buon professor Anolli ci spiegò che la nostra mente ha la capacità di filtrare la realtà che ci si presenta, di modo che tendiamo a vedere alcune cose e ad ignorarne o addirittura respingerne altre. 
 


Mi ricordo che utilizzò l’esempio degli ultrasuoni e dei raggi infrarossi, che pur esistendo non sono udibili e visibili ad orecchio ed occhio umano, perché il nostro cervello non è in grado di recepirli. Disse che ognuno di noi ha i “propri” ultrasuoni e infrarossi, di modo che dieci persone possono percepire dice cose differenti di fronte ad uno stesso stimolo.

Si trattava di una lezione di Psicologia Generale, stavamo affrontando l’ostico tema della percezione… ma il professor Anolli era anche docente di Psicologia della Comunicazione e non mancava di proporci ragionamenti più ampi e ricchi del dovuto; per cui aggiunse che questo meccanismo della “mente filtrante” poteva avere effetti importanti all’interno delle relazioni tra le persone, orientandole e, a volte, impedendole e distruggendole.

“Si chiama profezia che si autoavvera” – disse – “e funziona così: se io non ti conosco e ci incontriamo, io ti osservo e di te mi giungono una serie di “dati”, di informazioni; alcuni di questi “dati” sono trascurati dalla mia mente perché, per come è strutturata ed impostata, questi dati le risultano, magari, sgraditi. Altri dati, invece, sono colti con enfasi ed attenzione, perché magari evocano sensazioni positive o mi ricordano qualcosa che mi piace. Insomma: la mia mente comincia già a scegliere (ecco l’effetto-filtro) qualcosa di te e “tu” non sei già più “tu” perché nella mia mente si forma pian piano un’immagine di te che è costruita dalla mia mente stessa.
Poi, se continuiamo a frequentarci, la mia mente pensa e questi pensieri evocano in me delle emozioni che, a loro volta, mi inducono a produrre nei tuoi confronti certi comportamenti. E con il tempo, specialmente se tra me e te per qualsiasi motivo non c’è “parità” ma “disparità” – perché io sono ad esempio tuo padre o un tuo docente o il tuo ragazzo e la mia posizione ha un effetto relazionale incisivo su di te – i miei comportamenti ti inducono a comportarti in modo da confermare l’immagine di te che la mia mente ha creato e che tenterà di rafforzare nel tempo, per risparmiare risorse ed energie”.

Silenzio in aula, tutti pendenti dalle labbra del professore che ci guardava sperando che qualcuno di noi facesse un commento arguto e sagace… Macchè…

“Per cui” – riprese con un mezzo sospiro il professore, guardandoci in tralice al di sopra degli occhiali poggiati sulla punta del naso – “se io penso che tu sia stupido e sento che non ti apprezzo perché non mi piacciono le persone stupide e mi comporto con te trattandoti da stupido, accade che tu inizierai a comportarti esattamente da stupido e io sarò sempre più convinto di avere ragione e tu ti convincerai di essere… uno stupido. Il problema è che, magari, tu non sei per niente stupido… ma la mia relazione con te ti plasmerà, trasformandoti in qualcuno che confermi l’idea che mi sono fatto di te”.  

Il mio povero compagno di corso seduto in prima fila (scelto da Anolli per fare questo incisivo esempio) era di un color cremisi acceso che poco lasciava all’immaginazione: non ho mai saputo se fosse stupido, ma di sicuro si sentiva un po’ in imbarazzo…

Forse vi state chiedendo cosa sia accaduto ieri tra me e la mia amica per farmi riflettere sulla profezia che si autoavvera: in realtà una cosa semplicissima, addirittura banale. C’entra un criceto russo – e non si tratta di esperimenti alla Skinner (qualche anno fa avevo un altro criceto russo e si chiamava proprio Skinner, ma questa è un’altra storia).

Ebbene: il criceto che fa attualmente fa parte della nostra famiglia (e che si chiama Squicky, a onor del vero) ha ormai preso l’abitudine di arrampicarsi sullo sportellino della sua gabbia e di iniziare a rosicchiare finché qualcuno gli apre e lo tira fuori.
Squicky è un semplice criceto russo, un topino grigio di piccole dimensioni che sta in una mano, non è né un animale particolarmente bello né sa fare cose speciali e il suo prezzo di vendita ammonta a pochi euro. Insomma: ad essere oggettivi è un topo grigio e basta.


Questo “per il mondo”: per me, invece, è l’ultimo di una lunga serie di animaletti domestici la cui presenza mi ha sempre accompagnato nella vita, sin dall’infanzia. Quando l’abbiamo regalato al mio piccolo uomo mi sono sentita ricapultata indietro di anni, a quando ero io la bambina cui veniva regalato un cucciolo di criceto, un porcellino d’India, un cane. E quell’anonimo topino grigio ancora senza nome (scelto, com’è ovvio, dal suo nuovo padroncino) diventò all’improvviso il “nostro criceto”: mi sembrava persino più bello, più sveglio e più simpatico di quelli che condividevano la gabbia con lui. E nonostante un inizio di relazione non facile – avevo appena scoperto di aspettare un altro figlio e cercavo di stare molto attenta a non farmi morsicare perché non sapevo se il criceto veicolasse la toxoplasmosi – oggi il piccolo Squicky è un membro della famiglia a tutti gli effetti.

Ebbene: ieri mattina la mia amica, vedendomi prendere in mano Squicky, parlargli e accarezzarlo e vedendolo così confidente e tranquillo mi disse: “Ma ti vuole bene! Non pensavo che un cricetino fosse un animale… così”. 

Io non so come sono “i criceti” in generale, so solo che ho visto in quel topino grigio un amico, fin da subito, e l’ho sempre trattato con rispetto e dolcezza (anche se lo prendo parecchio in giro, ma non mi sembra che lui se la prenda troppo…) e, così facendo, gli ho permesso di esprimere comportamenti di interazione e di fiducia. L’ho “costruito”… e con gli altri membri della famiglia non si comporta come fa con me, perché ognuno degli altri vede in lui cose diverse. E, così, lui è diverso con loro.

Sapete una cosa? Si può fare lo stesso ragionamento su tutte le relazioni tra esseri viventi e, in special modo, tra esseri umani. 
Pensate ad una mamma e al suo bambino: è un bambino come tanti altri ma, per la sua mamma, è la meraviglia delle meraviglie. È unico e speciale, il bambino più splendido mai esistito al mondo.
Oppure è un estraneo, magari un bambino non desiderato, non voluto.
O magari è una sorta di nemico da cui guardarsi, perché “altrimenti hai finito di vivere”.
Ricordo che pensai alla profezia che si autoavvera quando lessi su un libro di psicologia dello sviluppo che il primo sorriso sociale di un neonato compare solo dopo il secondo mese di vita. Mi chiesi che effetto poteva avere un’informazione del genere sui pensieri, sulle emozioni e sui comportamenti di una neomamma: i sorrisi precoci del suo bambino come le sarebbero sembrati? 

Li avrebbe ignorati “perché tanto non sono ancora sorrisi sociali” o avrebbe ascoltato la voce del suo cuore e avrebbe risposto ad ogni sorriso, da subito, permettendo così al suo bambino di sorridere ancora e ancora di più? Speravo tanto nella seconda ipotesi, mi sembrava più giusta. E anche più bella.

E con il tempo iniziai a pensare alla profezia che si autoavvera fin dalla pancia della mamma, quando un “feto” si trasforma in un “figlio” e lo si considera e tratta come un vero essere umano senziente, protagonista della propria esistenza, un essere capace di vita psichica, di interazione e di relazione. E così facendo gli si consente di esprimere ciò che può, in relazione al livello di sviluppo che gli compete.

Se guardiamo i nostri figli con occhi amorevoli e li trattiamo come persone degne del nostro rispetto e della nostra considerazione sincera ed onesta, consentiamo loro di esprimere le migliori parti di sé, anche se sanno metterci di fronte ai nostri limiti per cercare i loro, quando mettono alla prova la nostra “tenuta” e osano farlo perché hanno imparato a fidarsi di noi.
E quando esprimono il “peggio” desiderano essere amati e guardati con occhi amorevoli comunque, per poter riprendere ad esprimere, poi, anche le parti migliori di sé.

Come è difficile essere genitori: ma quale enorme opportunità di crescita ci offre la maternità, la paternità. Ringraziamo i nostri figli per l’occasione che ci danno e diamo noi, a loro, l’occasione di coltivare le parti migliori di sé, quelle che si sono rivelate ai nostri occhi dal primo contatto, dal primo sguardo, dal primo sorriso.

Facciamo della profezia che si autoavvera un’alleata: vediamo nei nostri figli cose buone e belle e loro potranno realizzare la bontà e la bellezza che è dentro di loro. Ed è tanta, in misura colma e traboccante.

Un caro saluto a tutti,
Maria Beatrice 

3 marzo 2012

Educare ad essere - Le radici e le ali

Buongiorno a tutti voi! 

Eccomi con un nuovo contributo sulla linea d'onda del precedente. Infatti si tratta di un altro articolo richiestomi un paio di anni fa per il Giornale di Psicologia e di Educazione Prenatale come quello pubblicato nel blog settimana scorsa. Il tema della rivista era "Educare ad essere": tema originale e di non facile approccio perché è molto più facile educare ad essere "qualcuno o qualcosa" piuttosto che educare "ad essere" e basta.
Mi auguro che l'articolo che di seguito vi copio e incollo possa interessarvi ed esservi utile. 

PS: L'articolo - per come lo inserisco qui - è in chiave divulgativa; mancano le note a piè di pagina, l'abstract, la bibliografia. Nei giorni scorsi ho ricevuto via mail una richiesta "tecnica" da una laureanda in Psicologia, il che mi fa capire che il Blog è visitato da genitori ma non solo. Se qualcuno desiderasse approfondimenti più tecnici e meno divulgativi non ha che da chiedere e vedrò come poter rispondere e aiutare.

Buona lettura,
Maria Beatrice



"I genitori
possono donare ai figli
solamente due cose:
le radici e le ali"

(Proverbio del Quebec)




L'ulivo bonsai
La settimana scorsa ci siamo decisi a consultare un vivaista per l'evidente stato di sofferenza in cui si trovava il nostro piccolo ulivo, una pianta molto piccola, regalataci quasi tre anni fa in occasione della nascita di nostro figlio. Quando glielo abbiamo portato, la prima cosa che il vivaista ha detto è stata: "Ma che vaso grande per un ulivo così piccolo!".
Ed in effetti aveva ragione, ma non avevamo altri vasi a disposizione ai tempi e, soprattutto, non sapevamo la cosa più importante e cioè che l'ulivo regalatoci era in realtà un ulivo bonsai.
In poche parole, non lo conoscevamo e, quindi, non sapevamo nemmeno riconoscere i suoi bisogni e le sue necessità. Ancor più illuminante del commento iniziale è stata l'azione "diagnostica" operata dal vivaista: per prima cosa ha "svasato" l'ulivo per capire come si era sviluppato l'impianto radicale ed ha constatato che, in assenza di un contenitore adatto, le radici della pianta si erano sviluppate in modo disordinato, alcune restando in superficie, altre allungandosi oltremisura, altre ancora scendendo in profondità.
La cosa stupefacente è che, stando a quanto ci disse il vivaista, era chiaro che le radici fossero così, bastava osservare come si era sviluppata la chioma della pianta, egualmente disordinata e disarmonica. L'azione "terapeutica" è stata drastica: l'ulivo è stato sfrondato, i rami sono stati tutti tagliati, l'impianto radicale riorganizzato, il terreno in parte cambiato e concimato, il fondo del vaso reso drenante. Insomma: se guardo adesso il piccolo ulivo, sembra sopravvissuto ad un'esperienza traumatica eppure, a dire il vero, sembra anche pieno di una nuova, silenziosa e nascosta potenzialità di vita.


Educazione inconsapevole
Ciò che è accaduto al piccolo ulivo bonsai può capitare similmente anche ad un bambino. La relazione educativa genitori-figlio è asimmetrica, perchè all'interno del sistema costituito dalla triade madre-padre-bambino vi sono elementi di "peso" diverso a livello esperienziale, di ruolo, di possibilità ideativa e di azione; esattamente come accade nella relazione di "cura" che si può verificare nei confronti di una giovane pianta, ove è facile identificare qualcuno che sceglie e decide (la persona) e qualcun altro che si adegua alle scelte fatte e alle decisioni prese (la pianta).
L'esempio è didattico all'ennesima potenza, dato che esaspera l'impossibilità di azione del polo "pianta" che non ha alcuna possibilità di opposizione di fronte alle decisioni prese dal polo "persona" ma, lungi dall'essere esempio irrispettoso o non calzante, mette in luce con forza il potenziale punto debole del sistema stesso che è la non conoscenza. È possibile educare in modo inconsapevole un bambino nè più nè meno di quanto sarebbe possibile coltivare in modo inconsapevole un piccolo alberello, senza cioè avere cognizione di quali siano i suoi bisogni, le sue caratteristiche, le sue reali necessità. Si può parlare, in questo caso, di "educazione inconsapevole" e le sue molte declinazioni possibili derivano dalla comune matrice dell'ignorare.
Esistono almeno due tipologie di “educazione inconsapevole”: il primo riguarda tutte quelle azioni educative messe in atto senza conoscere bene il bambino; il secondo riguarda invece quelle azioni che non sappiamo essere educative ma che si rivelano tali con il tempo e con il feedback fornito dal bambino (la locuzione inglese “accidental parenting” rende bene l’idea). È evidente che entrambi i tipi di educazione inconsapevole possono determinare scenari evolutivi non lineari ma piuttosto contorti, caotici, dispersivi. Proprio come un impianto radicale che non trova guida alcuna in un contenitore inadatto e che produce, con l’andare del tempo, una chioma disordinata e disarmonica.
In una relazione educativa asimmetrica e delicata quale è quella adulto-bambino, per scongiurare lo scenario dell’educazione inconsapevole, è quindi necessario che uno dei due (l'adulto) si faccia carico della fatica di entrare in sintonia con l'altro (il bambino), mettendo le proprie risorse a disposizione della relazione educativa in modo che questa possa divenire cornice facilitante di evoluzione e di sviluppo personale per tutti i soggetti coinvolti. Una posizione relazionale di questo tipo presuppone una consapevole e responsabile spinta educativa, avente come fine della "care" la realizzazione delle potenzialità evolutive del bambino in quanto persona unica ed irripetibile, con un suo “progetto di vita” da attuare.


Osservare per conoscere
Per dare invece vita ad un processo di educazione consapevole (“aware parenting”) è necessario che chi vuole educare, genitore o educatore che sia, si metta in paziente ascolto ed osservazione del bambino di cui si vuole prendere cura. L’osservazione è un comportamento specifico di attenzione ad un particolare fenomeno, situazione o evento. Si distingue dal semplice “guardare” poiché si tratta di uno sguardo mirato, non generico, che tende a mettere a fuoco ciò che l’osservatore ritiene più significativo e rilevante in relazione ai suoi interessi e alle sue motivazioni. Per osservare un bambino bisogna essere consapevoli del fatto che il bambino è una persona unica ed irripetibile e che, in quanto tale, può rivelare gli aspetti più profondi di sé solamente se lo approcciamo con rispetto e con riguardo.
La posizione di chi osserva non è facile né immediata e richiede buona consapevolezza di sé, dato che il principale strumento di osservazione è proprio l'osservatore. Per non cadere nell'errore di confondere i meccanismi osservativi con quelli di inferenza, di giudizio e di proiezione di sé, l'osservatore deve porre particolare attenzione ai propri pensieri e stati d'animo, deve conoscersi per distinguere tra ciò che proviene dall'esterno e ciò che proviene dall'interno di sé. Un buon osservatore, quindi, deve esserlo prima di tutto in riferimento a se stesso.
Cosa è possibile cogliere di un bambino attraverso l'osservazione? Di certo è possibile cogliere elementi relativi al suo temperamento, alle sue preferenze, alle sue attitudini, ai suoi punti di forza e/o a quelli più deboli, all'intensità e alla rapidità delle sue reazioni, alle sue richieste più frequenti, al modo in cui si consola con più facilità e molto altro ancora. D’altronde la letteratura di settore indica come l’osservazione sia “uno dei metodi più raffinati per quanto riguarda lo studio della prima infanzia sotto il profilo metodologico”. Con un bambino appena nato sarà ovviamente possibile osservare i tratti relativi al temperamento, con un bambino di tre anni potremo osservare un carattere in formazione già ben abbozzato e, ovviamente, con il trascorrere del tempo osservare sarà sempre meno semplice perché più la realtà che si osserva è complessa e meno è facile osservarla correttamente.
E con un feto? È possibile osservare? E se sì, cosa può divenire oggetto di osservazione? È ormai noto come il feto sia “da subito una Persona e le persone hanno una propria specificità ed unicità che li distingue da sempre e per sempre”. Ciò significa che, almeno potenzialmente, osservare un feto posa risultare meno difficile di quanto sembri, perché vi sono tratti ed elementi di specificità che si connotano come percepibili durante la vita intrauterina. I ritmi di sonno e veglia, le preferenze relative a suoni, posizioni della madre ed esperienze di tocco e di contatto sia con la madre che il padre attraverso la parete addominale, una maggiore o minore “vivacità” legata al numero e al tipo di movimenti in utero...
Creando un clima di ascolto, di empatia e di attenzione, cercando di entrare in sintonia con il feto e usufruendo degli strumenti messi a disposizione dall’Educazione Prenatale è possibile scoprire aspetti e fisionomia psicologica del feto e, di conseguenza, è possibile iniziare l’eterno percorso di costruzione di una relazione, di una comunicazione efficace, di un legame di attaccamento prima pre e, poi, post-natale.
Osservare serve a conoscere. Conoscere è conditio sine qua non per educare.

Conoscere per educare
Rabelais afferma che “Il bambino non è un vaso da riempire, ma un fuoco da accendere”. Si tratta di una verità profonda , connessa al significato del termine “educare”, che trova la sua origine etimologica nell’espressione latina “ex-ducere”, la quale indica il “far uscire, tirar fuori”. Educare si configura, quindi, come un’azione maieutica, che tende a fare emergere ciò che è nascosto e che un occhio distratto non riesce a cogliere, perché non sa che c’è.
Ecco perché per educare è necessario conoscere chi si vuole educare; il rischio, come abbiamo visto, è quello dell’educazione inconsapevole.
Avendo quotidianamente a che fare con problematiche educative connesse alla relazione genitori-figli così come a quella educatori-bambini, mi capita spesso di notare come chi intraprende un percorso di crescita e di evoluzione personale possa così seminare in sè i presupposti di una buona possibilità di conoscenza della propria realtà esistenziale personale. Come se partisse per un affascinante viaggio alla scoperta di sè. Il che, almeno in linea generale, può favorire l’acquisizione e l’incremento di abilità connesse alla comprensione anche degli altri. La naturale conclusione di questo iter di vita è desiderare di aiutarsi e, a volte, anche aiutare altri nella scoperta di chi si è e di chi si vuol diventare. Una vera e propria opera educativa, maieutica. Oserei dire: ostetrica.
Qualsiasi genitore che intenda educare realmente il proprio figlio favorendo per lui l’attuazione di un percorso evolutivo il più possibile ricco ed armonico non può e non deve scordare che il primo grande passo da fare è un passo... indietro, per assumere una posizione di ascolto, osservazione, attenzione alla persona che il proprio figlio è. E questo richiede un grande coraggio, perchè si tratta di stravolgere il clichè più diffuso che vede l’adulto competente ed il bambino non-competente. Il coraggio di educare nasce dalla consapevolezza del significato di essere, oggi, figure di riferimento per altre piccole-grandi persone che, a partire dal concepimento iniziano il proprio percorso esistenziale, che potrà trovare aiuto o ostacolo nel proprio dispiegarsi. Un obiettivo realmente educativo è sempre un obiettivo consapevole, meditato, voluto, perseguito con profonda motivazione, sostenuto dall’ascolto del feedback del bambino che con i suoi comportamenti e reazioni può guidare e condurre il nostro agire educativo. A volte, anche, stravolgendolo.

Le radici
Ognuno di noi è stato, a suo tempo, un minuscolo agglomerato di cellule concepito dall’unione di due gameti. Il ricordo di ciò che siamo stati ci riporta alla mente che, esattamente come un piccolo ulivo bonsai, abbiamo dovuto affondare le radici da qualche parte e trarre da esse il sostentamento assorbito dal terreno in cui ci siamo travati im-piantati. Anche noi, quindi, abbiamo avuto delle radici. E grazie ad esse abbiamo potuto iniziare ad esistere.
Le radici più profonde dell’essere umano prendono forma durante la vita intrauterina ed accompagnano la persona per tutta la vita, in modo più manifesto oppure in modo più silente.
Eppure, anche dopo molto tempo, se ben ricercate e sondate con attenzione e pazienza, queste radici possono essere “svasate” ed osservate. Radici profonde rendono possibile la sicurezza e la solidità (quella che Bowlby ha definito “sicurezza di base”); radici inconsistenti oppure troppo aggrovigliate e confuse producono insicurezza, ansia, preoccupazione, rabbia.
Tutte le madri che ho incontrato durante gli anni dedicati agli interventi in ambito di depressione postnatale, così come tutte quelle che continuo ad incontrare ora durante gli incontri di formazione o le consulenze individuali, mostrano un comune desiderio: quello di riuscire ad essere delle buone madri. Alcune di loro non si rendono conto di questo desiderio e si comportano come se il proprio figlio non le riguardasse veramente, ma per ognuna arriva il momento in cui si accorgono che in realtà il loro più profondo desiderio è essere delle brave mamme. Le più fortunate - quelle che hanno alle spalle una vita emotivamente più ricca e feconda – e le più forti - quelle che stanno faticosamente risalendo la china di un’esperienza pregressa difficile e faticosa – desiderano qualcosa di più: offrire al proprio figlio un esordio di vita “sufficientemente buono”, per dirla alla Winnicott. Spostano, cioè, il fulcro dei propri sforzi sul bambino e decentrano da sè il senso dell’esercizio della funzione genitoriale. Il centro di tutto l’agire educativo diviene, cioè, il bambino e non più soltanto la realizzazione di sè come madre.
Questo passaggio sancisce la nascita della consapevolezza di poter essere il “terreno buono” ed insieme il “contenitore adatto” in cui un figlio può affondare le proprie radici. Prima si verifica questo movimento psicologico e relazionale, meglio potranno svilupparsi le radici della nuova persona che è ogni essere umano che viene concepito.

Le ali
Una volta affondate le “radici”, un bambino può trarre nutrimento dal terreno relazionale in cui è impiantato ed avvantaggiarsi di quanto di buono e di bello gli viene così offerto: un ambiente sensibile e responsivo, emotivamente stabile, ricco di stimoli ma rispettoso dei tempi e dei “modi” caratteristici del bambino. Posto che "Vola solo chi osa farlo" non è possibile dimenticare che per osare serve coraggio e, come diceva l'Abbondio di Manzoniana memoria, "uno il coraggio non se lo può dare" ("da solo", aggiungo io). Per cui perchè le ali si possano dispiegare e possano far volare chi le ha, è quantomeno necessario: uno spazio adeguato, un tempo sufficiente a provare e riprovare e l'occasione giusta per tentare il volo. Più, alla fine, un po' di coraggio.
Nessuno di questi elementi può mancare. Lo spazio adeguato è quello che consente il movimento ma che non spalanca d'un colpo l'immensità del tutto alla consapevolezza delle nuove ali. Nè troppo nè troppo poco, dunque, come lo spazio che esiste tra il viso di una donna che allatta il proprio figlio al seno ed il viso del suo piccolo, oppure come lo spazio tra il primo incerto passo di un bambino e le mani di un padre che, senza toccarlo, è abbastanza distante da lasciarlo tentare e abbastanza vicino da sostenerlo se sta per cadere.
Un tempo sufficiente è quello che sa aspettare con pazienza e che sa spronare senza mettere ansia, senza insistere oltre misura. Un tempo che può dilatarsi o contrarsi a seconda dei casi e, soprattutto, a seconda delle persone.
L'occasione giusta: non tutti i momenti sono adatti a spiccare il volo, molti sono gli elementi da considerare: il vento (come le relazioni stabili o instabili), la temperatura (come le relazioni calorose o emotivamente fredde), un temporale in arrivo (come gli eventi critici del sistema familiare)...
Ed infine il coraggio, quel quid che trova la sua possibile origine in tutto ciò che c'è stato di buono nella storia della persona ma che, per esprimersi, necessita dell'esercizio personale della libertà di scelta. Il momento in cui il progetto di vita del singolo intravede la possibilità di esistere. Il momento in cui, ad occhi chiusi, si può passare dalla sicurezza delle solide radici all'ignoto di ciò che è raggiungibile soltanto con le ali.

Educare ad essere
La conclusione di questo contributo, che intende ed ha inteso essere uno spunto di riflessione ed insieme un'occasione per condividere informazioni relative ad alcuni dei molti concetti dell'educare, specialmente rispetto a quelli di educazione consapevole ("aware parenting"), ed inconsapevole, ha la forma di una filastrocca per bambini. Con un significato profondissimo, comprensibile dagli adulti che hanno il diritto ed il dovere di tentare un'educazione consapevole e responsabile nei confronti dei propri figli, dal momento del concepimento in poi. Per permettere la nascita di buone radici e di altrettanto buone ali.

FILASTROCCA DEL BAMBINO FUTURO 

"Sono un bambino, sono il tuo dono 
Prima non c'ero e adesso ci sono 
Sono il domani, dalle tue mani 
Devi difendermi con le tue mani 
Sono il futuro, sono arrivato 
E sono qui perché tu mi hai chiamato 

Come sarà l'orizzonte che tracci 
Dipende da come mi abbracci"


Bruno Tognolini


12 gennaio 2012

Il cuore non dimentica

Buongiorno a tutti voi! 

Stamattina sono di ritorno dal centro prelievi dell'ospedale: sono reduce dalla curva di carico del glucosio, quella del bibitone extradolce che, per una cui ultimamente un cucchiaino di miele dà la nausea, rappresenta una sfida metabolica e psicologica non da poco. 

La permanenza forzata per le necessarie latenze tra un prelievo e l'altro è però stata foriera di incontri umanamente significativi: la mamma incinta con cui scambiarsi informazioni e chiedersi le solite cose (a quanti mesi sei, è maschio o femmina, come mai devi fare questi esami ecc.), la neomamma con pulcina di 9 mesi al seguito, che è tutta un trillo e una gioia di lallazioni e quando sorride ti mostra l'unico dentino spuntato (con cui, peraltro, cerca in ogni modo di sgranocchiare il biscottino che ha in mano), la nonnina che ti racconta di quando lei aspettava i suoi figli e di come sono cambiate oggi tante cose... e via dicendo.

Nel panorama umano che ho incrociato questa mattina, il posto d'onore va a due bimbe, due gemelline bellissime. Vi racconto cos'è successo.

Ero seduta a leggere (anzi, ri-leggere per l'ennesima volta) “Amarli senza se e senza ma” di Alfie Kohn. Dato che sarà uno dei prossimi libri recensiti sul Blog ho il piacere e il dovere di rileggerlo per intero.
Mentre leggo, si sente un bimbo che comincia a piangere. Alzo gli occhi (inevitabile, ormai è una sorta di riflesso condizionato!) e vedo che si tratta di una bimba che avrà 5 anni; ha il cerotto sul braccio e vicino a lei c'è la sorellina. Insieme a loro c'è la nonna.

Caso vuole che sia arrivato il momento del mio secondo prelievo e per raggiungere l'infermiera passo proprio davanti alle bimbe. Quella che piange è proprio un po' disperata, continua a dire “mamma, mamma... voglio la mamma” e poi, alla nonna che cerca di sistemarle il cerotto per abbassarle la manica urla “ho paura, ho paura!”.

La nonna, poveretta anche lei, all'inizio cerca di fare finta di niente, ma poi dice quello che la maggior parte delle persone di solito dice in queste situazioni: “Basta. Baaasta! Finiscila, ti guardano tutti! Penseranno 'che rompiscatole quella bambina lì' ”.

Non mi sapevo spiegare fino in fondo perché continuassi a guardare quella scena, era più forte di me. È vero che stavo leggendo un libro ad hoc per l'occasione, è vero che sono incinta e quindi la mia emotività è più labile del solito (stiamo freschi...). Tutto vero. Ma mancava qualcosa.

Insomma: dato che l'infermiera era ancora impegnata con una paziente... non ho resistito e sono andata dalla bimba. Ho sorriso alla nonna (che mi ha guardato un po' così, ma poi ha subito ricambiato il mio sorriso) e mi sono accovacciata vicino alle piccole. Avevo sentito il nome della bimba poco prima mentre la nonna le parlava e allora l'ho chiamata per nome e le ho detto che la sua mamma sarebbe arrivata presto, che poteva stare tranquilla. Quando si è girata verso di me le ho sorriso e ho azzardato di posarle la mano sulla schiena (a pensarci ora ho proprio osato, ma mi veniva istintivo farlo!) per farle una carezza. Lei ha smesso un po' di piangere e la nonna le ha detto “dov'è andata la mamma?”. E la piccolina “a.... fare.... gli esa... esami... del... sangue...”. Le ho fatto vedere che anche io come loro avevo il cerotto e quindi capivo che non è facile fare l'esame del sangue, come per loro. E anche io ero una mamma e dovevo aspettare un po' prima di tornare dal mio bimbo. La sorellina, più audace, mi ha fatto vedere il “diploma” di bimba coraggiosa che le avevano dato le infermiere e così ho avuto modo di dire ad entrambe le piccole che erano state bravissime e che la mamma le avrebbe baciate subito, appena sarebbe arrivata.

Nessuno piangeva più. La nonna non si era sentita malgiudicata e ci siamo sorrise di nuovo. Ho salutato le bimbe e sono andata a farmi bucherellare di nuovo il braccio.  

Tempo cinque minuti e, tornata al mio posto per attendere il terzo prelievo, mi è scappato l'occhio verso le bimbe e ho visto la mamma.
Ma... ma io quella mamma la conosco! Non la vedo da qualche tempo, almeno due anni, ma ho capito chi è! Ho capito chi sono quelle bimbe che mi avevano colpito e catturato il cuore in modo così particolare.

Io ho conosciuto quelle bimbe quando avevano un anno e mezzo, in uno dei Nidi di cui ero responsabile e psicopedagogista. Mi si è illuminata la mente alla luce di questo ricordo; il cuore, invece, non aveva avuto bisogno di tempo e di pensiero. Aveva reagito prontamente al bisogno, contro ogni logica e, forse, addirittura contro ogni prudenza.

Mi sono avvicinata ed è stato bello chiacchierare un po' con la loro mamma e raccontarsi i cambiamenti degli ultimi anni.

Le relazioni sfuggono alla logica del tempo, dello spazio, alle regole del “fatti gli affari tuoi” e “pensa per te”. Le relazioni vivono una vita a sé e ti stupisci di come possano continuare ad esistere nel cuore senza che tu debba sforzarti. Continuano ad esserci, e basta.

Mi chiedo anche se nel cuore di quelle bimbe, specialmente di quella che piangeva e alla quale mi sono avvicinata con una confidenza che di solito non ho per i bimbi che non mi conoscono, sia rimasta una traccia della nostra passata relazione.
Mi piace pensare che sia così e che, per questo motivo, le mie parole e la mia carezza non abbiano spaventato o allontanato ma, anzi, abbiano sortito il piccolo effetto di rassicurazione che desideravo avessero.

Il cuore non dimentica.  

Con questo pensiero vi saluto e vi auguro buona navigazione!

Maria Beatrice 

22 novembre 2011

La morte della compassione

Ogni volta che incontro una persona insensibile (e purtroppo capita spesso) la prima domanda che mi pongo è: come e quando questa psiche ha rinunciato alla propria vulnerabilità?

Perchè ormai mi è chiaro che ognuno di noi viene catapultato  nella vita. Volente o nolente. E l'unica cosa che può fare la differenza è sentirsi amati o sentirsi soli: nel primo caso la difesa è fornita da qualcuno che ti sta vicino e non ti lascia solo ad affrontare la durezza della vita (e fa una gran differenza), nel secondo caso ci si costringe alla difesa, per istinto di sopravvivenza e per mancanza di un'alternativa.

Chi è stato costretto alla seconda opzione è facilmente riconoscibile: ironizza, banalizza o addirittura svilisce i sentimenti altrui, non è capace di empatia, non conosce la delicatezza e la sensibilità. Ignora il mondo emotivo delle altre creature e, se vi entra, lo fa con l'accortezza di un elefante in una cristalleria. Infine: non si rende nemmeno conto di ciò che è e di ciò che fa e se gli fate notare la sua impermeabilità emotiva la risposta è uno stupito "cosa?". I don't understand. (Not) sorry.

La scorsa estate ho avuto modo di assistere a quella che definirei "agonia e morte della compassione". Vi voglio raccontare di cosa si tratta.
Ho incontrato più volte tre bambini, nell'arco di alcuni anni (almeno tre consecutivi): Andrea e Michele fratelli; Federico il loro cuginetto più grande (ovviamente i nomi sono fittizi). I tre vivono nella frazione di una paesino di montagna, un luogo a mio parere antropologicamente poco salubre. Che io sappia sono gli unici bambini del luogo. 

Federico è sempre stato un bambino particolarmente buono, nato dopo molti anni di infertilità dei genitori (ha due sorelle adottive). Un bambino che non ho mai visto una e dico UNA volta carezzare dalla mamma o dal papà (che tra l'altro lavora lontano e che Federico vede pochissimo).

Andrea (4 anni al tempo dei fatti cui mi riferirò) è il fratello maggiore di Michele (2 anni e mezzo circa). E' un bambino che si potrebbe banalmente definire "vivace", ama i giochi di movimento ed è assolutamente spericolato. 

Non credo abbia la più pallida idea di cosa sia il senso del pericolo. 

Una delle ultime volte in cui l'ho incontrato aveva un ricamo di punti di sutura sul sopracciglio destro. Federico mi disse che Andrea si era fatto male finendo contro lo spigolo del cancellone di casa sua, correva e dietro la curva il cancello era aperto.. e lui ci è finito sopra. Un paio di centimetri più in basso e avrebbe perso l'occhio. 

Da quando conosco Andrea mi dico che si può imparare presto ad arrangiarsi e a smettere di avere dei bisogni. 

Andrea viene nel bosco a camminare con noi con i sandali e nè lo sporco nè i sassi nè le ortiche lo infastidiscono. Sembra... insensibile. Una volta è finito nel fango e ne è uscito inzaccherato e zuppo. Ho impiegato un'intera confezione di salviettine per pulirgli almeno viso gambe e braccia ma Andrea mi guardava stralunato, come se non avesse alcuna familiarità con questi gesti di cura.

Nel tempo, ho accumulato una discreta serie di episodi di vita quotidiana che hanno in parte confermato ed in parte aggiunto nuovi elementi alla fisionomia delle relazioni primarie di questo bambino; ne riporto solo alcuni che mi sembrano significativi.

In un'occasione in cui la mamma lo stava sgridando verbalmente (aggiungendo anche qualche sonoro scapaccione sul sedere) Andrea, invece di piangere o arrabbiarsi, si mise a ridere. Era sicuramente imbarazzato perchè veniva ripreso davanti a noi ma mi ha colpito il modo in cui sembrava essere impermeabile a ciò che gli stava accadendo, come se riguardasse qualcun altro. 

Una delle ultime volte che l'ho visto aveva il sempre presente muco verde ciondolante dalle narici. Gli ho detto "Andrea devi soffiarti il naso", pensando che prendesse un fazzoletto... Macchè, ha preso la maglietta che indossava e si è pulito il naso con un lembo della stessa. Notate bene: non si è sfregato il naso sulla manica come potrebbero fare molti altri bambini; ha proprio usato la sua maglietta come un fazzoletto. Mi è uscito un "Andrea, non usare la maglietta per pulirti il naso!". E lui, inconsapevole del suo diritto alla dignità e al rispetto verso se stesso, ha domandato "Perchè?"...

In altro periodo dell'anno, accortici che Andrea non era riuscito a trattenere le feci durante una passeggiata e che stava camminando con tutto questo "bagaglio" dentro gli slip, lo invitammo a salire a casa per cambiarsi (100 metri in linea d'aria da dove ci trovavamo in quel momento). Lui tornò a casa, ma uno di noi adulti lo seguii per controllare il seguito. In effetti Andrea dopo pochi minuti stava già tornando da noi senza aver domandato aiuto a nessuno, limitandosi a svuotare gli slip, senza chiedere di essere cambiato nè lavato. Peggio del muco sulla maglietta, che dite?

Capitó perfino che Andrea e il fratellino Michele litigassero pesantemente davanti a noi: Michele aveva duramente colpito il fratello con un ombrello sulla mano (due bambini di 2 e 3 anni si prendono ad ombrellate davanti al papà ma quest'ultimo non interviene). Andrea aveva una mano ferita e il sangue gli gocciolava a terra. Chi se ne accorse? Lui, direte. Macchè! Coraggioso? Insensibile? Abituato a far tacere il dolore?... Il papà? Neanche. "Cose che capitano..." (in effetti succede anche di peggio: una volta Michele accese l'auto del padre - chiavi lasciate nel quadro e portiera aperta - facendola sobbalzare addosso alla catasta di legna contro la parete del garage. La catasta si rovesció direttamente sul cofano dell'auto...). 

Andrea parlava con un poco di difficoltà, a volte balbettava molto ripetendo spesso all'inizio della frase "ehm, ehm, ehm...". Ovviamente alcuni suoi compagni lo prendevano in giro e lui una volta me lo disse. Mi raccontò brevemente di come gli altri gli dicessero che lui parlava male e non si capiva niente di quel che diceva. Mi fece tanta tenerezza e provai a fargli capire che comprendevo la sua fatica e che non doveva essere facile per lui quando lo deridevano. Gli dissi anche che crescendo avrebbe imparato a parlare sempre meglio e che, in ogni caso, noi lo capivamo bene. 

Mi guardava come se stessi parlando una lingua straniera, fatta di suoni, parole e soprattutto significati incomprensibili. Il mio messaggio di empatia quasi rimbalzó sulla sua psiche, riuscendo in modo minimo a perforarne la scorza.


Potrei raccontare ancora molti episodi simili a questi, ma voglio arrivare alla morte della compassione, avendone sinora narrato - seppure a sprazzi - l'agonia.

Un pomeriggio arrivammo in auto in questa minuscola frazione di montagna e vidi dal finestrino Andrea e Federico che stavanno raccogliendo qualcosa nel prato vicino a casa. Scendemmo dall'auto e insieme a mio figlio (3 anni circa al momento dei fatti) andammo a vedere cosa stavano facendo Andrea e Federico. 

Erano a caccia di insetti (cavallette, farfalle ecc.) e non appena ne acchiappavano uno, lo andavano a mettere in un secchio poco lontano. Pensai che forse stavano giocando agli "scienziati"; in realtà il secchio era pieno di acqua e loro ci buttavano dentro gli insetti per affogarli... Alcuni di questi insetti erano privi di ali o zampe, rotte o perse durante la cattura, oppure strappate per divertimento ed esercizio di crudeltà. 


Restai ovviamente inorridita e chiesi loro per quale motivo stessero facendo questo gioco assurdo. Presero il secchio tutti divertiti e ci portarono a vedere un altro contenitore, pieno di una poltiglia piuttosto disgustosa che era la loro "pozione magica", dentro la quale rovesciarono gli insetti catturati. Non potevo stare zitta e semplicemente allontanarmi, dovevo dire qualcosa, che avesse un significato per mio figlio in prima istanza e, speravo, anche per Andrea e Federico.

Cercai quindi di far capire ai due cugini che quello che stavano facendo era orribile e che non era giusto catturare delle creature viventi per seviziarle e ucciderle per gioco, per cui non avrei lasciato mio figlio a giocare con loro ad un gioco così. Mi guardavano sinceramente stupiti, non capivano il valore della vita di un altro essere vivente, tantomeno il suo dolore o la sua agonia... In effetti LORO si stavano divertendo! 

Vi faccio notare che Andrea e Federico erano entrambi oltre l'età in cui di solito compare e si sviluppa la TOM (Theory Of Mind - Teoria della Mente), che è quella capacità grazie alla quale un essere umano è in grado di pensare e rappresentarsi stati d'animo, pensieri, emozioni e sensazioni appartenenti ad altri esseri viventi, anche se diversi dai propri.

Ciò che non era presente in loro era l'empatia, il "sentire l'altro". L'empatia evolve a partire dal contagio emotivo che caratterizza l'essere umano fin dalla nascita, si tratta di una risorsa personale cruciale nello sviluppo dell'intelligenza emotiva di un individuo.


Ecco, credo di aver compreso definitivamente in quell'occasione che la solitudine, la durezza, la mancanza di tenerezza e di contatto emotivo cui Andrea e Federico erano stati esposti fin da piccolissimi, avevano ottenuto il triste risultato di privarli di ciò che caratterizza l'essere umano nella sua possibilità di essere una Persona: la Pietà e la Compassione.

Qualcuno diceva che la crudeltà sugli animali è la palestra in cui si allena la crudeltà verso gli altri esseri umani. Mi vengono in mente l'Olocausto, le Guerre Mondiali, le pulizie etniche, le guerre fratricide. 

Ogni adulto è stato bambino. E il bambino è il padre dell'uomo.

La catena va spezzata e ogni caregiver - genitore, educatore - ha il dovere e il diritto di provare a spezzarla per rompere questo circolo perverso di violenza e dolore che purtroppo esiste e si ripeterà finchè non ci opporremo davvero ad esso.

Che ne pensate? 

Maria Beatrice