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5 febbraio 2013

Ognuno dà quel che ha


Buonasera a tutti voi, amici e lettori di Educazione Consapevole! 

Il post di oggi sobbolle nella mia mente da diversi giorni, forse anche un paio di settimane o giù di lì. E siccome ultimamente ho tempi di gestazione (e soprattutto travaglio!) lunghi, ecco che soltanto stasera vede la luce.

L'argomento mi è stato offerto dal post di una mamma, letto in uno dei gruppi facebook che seguo. Questa mamma raccontava di come le fosse capitato di salire sull'autobus con il bimbo in fascia e narrava le reazioni suscitate negli astanti, riferendosi in particolare ad una coppia di anziane signore palesemente critiche nei suoi riguardi. Più che critiche... incomprensibilmente sdegnate e sprezzanti, con un atteggiamento e con parole al limite dell'aggressività (nonchè del razzismo, considerando che erano state pronunciate frasi del tipo "come le africane" e "come le zingare"...).

Una protervia apparentemente inspiegabile, di certo inappropriata.

E di seguito al post di questa mamma (sdegnata e parecchio arrabbiata), ecco comparire una cascata di commenti a lei solidali, conditi – a volte – da quasi altrettanta aggressività, con espliciti riferimenti all'ignoranza, alla cattiveria, alla stupidità delle anziane passeggere dell'autobus in questione.

Vi dirò che anche io mi sono alterata non poco, leggendo il post di quella mamma, perchè so cosa significa incontrare sguardi e parole tutt'altro che benevole da parte dello sconosciuto di turno che incontri per strada e che si sente autorizzato a giudicare (ad alta voce, ovviamente) il tuo stile di maternage ad alto contatto (perchè "porti", perchè allatti in pubblico... e così via).

Eppure, dopo aver letto tutti quei commenti così accesi e così rabbiosi, ho realizzato che la catena della rabbia non poteva e non doveva essere l'unica risposta a quell'episodio. Con una tendenza tutta professionale e personale, ho operato uno sforzo immaginativo su quelle anziane signore, così malevole.

Le ho immaginate bambine, un "tot" di anni fa, in un'epoca di autoritarismo educativo che poco spazio lasciava alle emozioni e alla tenerezza. Ho pensato alle bambine che quelle due anziane signore portano ancora dentro, come ognuno di noi porta in sè il proprio "bambino interiore". E non ho potuto vedere altro che due bambine arrabbiate, tristi, invidiose di quella dolcezza e di quella tenerezza così evidenti nella mamma portatrice e nel suo figliolo portato.

Ho pensato alle persone incontrate nel tempo che, in vario modo, mi hanno dimostrato apprezzamento e incoraggiamento, o almeno comprensione e appoggio per le mie scelte di accudimento. Ho pensato ai loro sorrisi, ai complimenti, alla nostalgia evidente nelle parole e negli occhi lucidi di certe nonnine. E ho visto in quelle persone "ex bambini" amati, bambini consolati, accuditi, coccolati. E ho visto bambini interiori pacificati e benevoli.

E allora ho postato anche io un commento in quel post, raccontando la mia visione dei fatti. Sapete? Ho ricevuto apprezzamento per la mia versione e un paio di persone, proprio grazie a quel commento, si sono avvicinate alla realtà di Educazione Consapevole, incuriosite dall'opportunità di leggere la propria storia di vita (e non solo quella!) in un'ottica diversa.

Ieri, dopo una bella e lunga chiacchierata con la mia amica neomammatris (quella della fascia lunga del post "Effetto fascia 4 – The Ripple Effect"), nella quale abbiamo parlato anche di questi argomenti, ho deciso di scrivere questo post. Chissà che, come quel semplice commento su facebook di qualche giorno fa, anche queste parole di oggi possano avvicinare qualcuno ad una visione più consapevole e più comprensiva del proprio ed altrui comportamento. Perchè una volta compreso che "ognuno dà quel che ha", si riesce perfino ad addolcire la propria visione del mondo. Quello dentro di noi. E quello fuori.

Aspetto i vostri commenti... nel frattempo: buona notte a tutti!

Maria Beatrice 

24 agosto 2012

Il vaso di Pandora

Ben ritrovati amici di Educazione Consapevole!

Innanzitutto mi scuso per la latitanza... in effetti sono talmente incastrata nel vorticoso mondo della vita quotidiana da faticare a realizzare tutto ciò che vorrei e/o dovrei...

Sono però molto felice, perchè mentre il blog sonnecchia un pochino, il gruppo facebook di Educazione Consapevole sta crescendo a vista d'occhio (siamo ormai 173 membri!) e il dialogo è continuo e fruttuoso.

Questo nuovo post ha bisogno di un passo indietro: dobbiamo ritornare al primo post del blog, IL post, quello da cui tutto ha preso origine. La storia che sentivo di voler raccontare: "La morte della compassione".

Nella storia di Andrea e dei suoi compagni di (s)ventura c'è una nuova puntata...

Pochi giorni fa, arrivati nel solito paesino di montagna sperduto nel nulla, troviamo Andrea con un viso serio, un po' triste, così diverso da quello ridanciano e un po' sfacciato che ha di solito.

La prima cosa che mi dice è "è morta la zia". Il primo pensiero è stato "Oh mamma!" (pensavo alla zia diretta, ma mi sbagliavo).
Gli ho risposto che mi dispiaceva tanto, gli ho detto "io non conoscevo la tua zia Andrea" e lui "sì, era quella che andava su e giù dalla casa, quella che mi veniva a trovare...".
Realizzo grazie a questa scarna e personalissima descrizione che la "zia" in questione era la sorella della nonna di Andrea. Faccio notare che nella mente di questo bambino la caratteristica saliente della zia, ciò che la zia era per lui, è "quella che mi veniva a trovare". Una figura di relazione, dunque. Di vicinanza. Di affetto.

Gli rimando che ho capito, adesso. So chi era la sua "zia". per questo sono ancora più dispiaciuta.

E accompagno queste parole con un "mi dispiace tanto Andrea, davvero!", una carezza sulla testa e un tentativo di strizzata sulle spalle, a metà tra un abbraccio e un buffetto.

Toccando Andrea non immaginavo di mettere la mano sul suo Vaso di Pandora. Ma l'ho capito immediatamente, perchè Andrea mi ha preso il braccio tra le mani e ha cominciato a stringere e a torcere, con una rabbia terribile. Mi ha guardato negli occhi con un'espressione strana. Non mi stava facendo un dispetto, non mi stava sfidando, come già accaduto altre volte prima.

No. Stavo assistendo all'effetto che fa l'aprire uno spiraglio nella corazza di un bambino cresciuto come un piccolo "grande", senza la vicinanza di qualcuno che si prenda cura del suo animo di bambino, della sua vulnerabilità, delle sue emozioni.

Dentro quegli occhi ho visto lampi e tuoni, burrasca di mare in tempesta. Ho sentito l'affanno di qualcosa che lotta per sopravvivere ma che lo fa sotto strati e strati di cemento armato. Qualcosa che è così nascosto dentro il cuore da scordarsi di esistere.

Finchè arriva qualcuno che con "tocco e parola, la chiave per arrivare al cuore di ogni bambino" (come dice Elena Balsamo nel suo "Sono qui con te") apre per un istante il Vaso di Pandora e ne intravede il contenuto.

Io non intendevo di certo aprire questo vaso. Ho provveduto immediatamente a chiuderlo dicendo ad Andrea che non volevo fargli un dispetto nè dargli fastidio. Volevo fargli una coccola.

Dopo queste parole Andrea mi ha guardato in silenzio, mi ha mollato il braccio ed è scappato, salvo tornare come se niente fosse accaduto pochi minuti più tardi.

Il Vaso era di nuovo chiuso, ermeticamente.

Non lasciamo i nostri bambini da soli ad affrontare le loro paure, le loro tristezze, i loro dolori, affinchè questi vissuti non si trasformino nei mostri del Vaso di Pandora.

Buona notte amici di Educazione Consapevole, vi aspetto con i vostri commenti!

Maria Beatrice

22 novembre 2011

La morte della compassione

Ogni volta che incontro una persona insensibile (e purtroppo capita spesso) la prima domanda che mi pongo è: come e quando questa psiche ha rinunciato alla propria vulnerabilità?

Perchè ormai mi è chiaro che ognuno di noi viene catapultato  nella vita. Volente o nolente. E l'unica cosa che può fare la differenza è sentirsi amati o sentirsi soli: nel primo caso la difesa è fornita da qualcuno che ti sta vicino e non ti lascia solo ad affrontare la durezza della vita (e fa una gran differenza), nel secondo caso ci si costringe alla difesa, per istinto di sopravvivenza e per mancanza di un'alternativa.

Chi è stato costretto alla seconda opzione è facilmente riconoscibile: ironizza, banalizza o addirittura svilisce i sentimenti altrui, non è capace di empatia, non conosce la delicatezza e la sensibilità. Ignora il mondo emotivo delle altre creature e, se vi entra, lo fa con l'accortezza di un elefante in una cristalleria. Infine: non si rende nemmeno conto di ciò che è e di ciò che fa e se gli fate notare la sua impermeabilità emotiva la risposta è uno stupito "cosa?". I don't understand. (Not) sorry.

La scorsa estate ho avuto modo di assistere a quella che definirei "agonia e morte della compassione". Vi voglio raccontare di cosa si tratta.
Ho incontrato più volte tre bambini, nell'arco di alcuni anni (almeno tre consecutivi): Andrea e Michele fratelli; Federico il loro cuginetto più grande (ovviamente i nomi sono fittizi). I tre vivono nella frazione di una paesino di montagna, un luogo a mio parere antropologicamente poco salubre. Che io sappia sono gli unici bambini del luogo. 

Federico è sempre stato un bambino particolarmente buono, nato dopo molti anni di infertilità dei genitori (ha due sorelle adottive). Un bambino che non ho mai visto una e dico UNA volta carezzare dalla mamma o dal papà (che tra l'altro lavora lontano e che Federico vede pochissimo).

Andrea (4 anni al tempo dei fatti cui mi riferirò) è il fratello maggiore di Michele (2 anni e mezzo circa). E' un bambino che si potrebbe banalmente definire "vivace", ama i giochi di movimento ed è assolutamente spericolato. 

Non credo abbia la più pallida idea di cosa sia il senso del pericolo

Una delle ultime volte in cui l'ho incontrato aveva un ricamo di punti di sutura sul sopracciglio destro. Federico mi disse che Andrea si era fatto male finendo contro lo spigolo del cancellone di casa sua, correva e dietro la curva il cancello era aperto.. e lui ci è finito sopra. Un paio di centimetri più in basso e avrebbe perso l'occhio. 

Da quando conosco Andrea mi dico che si può imparare presto ad arrangiarsi e a smettere di avere dei bisogni

Andrea viene nel bosco a camminare con noi con i sandali e nè lo sporco nè i sassi nè le ortiche lo infastidiscono. Sembra... insensibile. Una volta è finito nel fango e ne è uscito inzaccherato e zuppo. Ho impiegato un'intera confezione di salviettine per pulirgli almeno viso gambe e braccia ma Andrea mi guardava stralunato, come se non avesse alcuna familiarità con questi gesti di cura.

Nel tempo, ho accumulato una discreta serie di episodi di vita quotidiana che hanno in parte confermato ed in parte aggiunto nuovi elementi alla fisionomia delle relazioni primarie di questo bambino; ne riporto solo alcuni che mi sembrano significativi.

In un'occasione in cui la mamma lo stava sgridando verbalmente (aggiungendo anche qualche sonoro scapaccione sul sedere) Andrea, invece di piangere o arrabbiarsi, si mise a ridere. Era sicuramente imbarazzato perchè veniva ripreso davanti a noi ma mi ha colpito il modo in cui sembrava essere impermeabile a ciò che gli stava accadendo, come se riguardasse qualcun altro. 

Una delle ultime volte che l'ho visto aveva il sempre presente muco verde ciondolante dalle narici. Gli ho detto "Andrea devi soffiarti il naso", pensando che prendesse un fazzoletto... Macchè, ha preso la maglietta che indossava e si è pulito il naso con un lembo della stessa. Notate bene: non si è sfregato il naso sulla manica come potrebbero fare molti altri bambini; ha proprio usato la sua maglietta come un fazzoletto. Mi è uscito un "Andrea, non usare la maglietta per pulirti il naso!". E lui, inconsapevole del suo diritto alla dignità e al rispetto verso se stesso, ha domandato "Perchè?"...

In altro periodo dell'anno, accortici che Andrea non era riuscito a trattenere le feci durante una passeggiata e che stava camminando con tutto questo "bagaglio" dentro gli slip, lo invitammo a salire a casa per cambiarsi (100 metri in linea d'aria da dove ci trovavamo in quel momento). Lui tornò a casa, ma uno di noi adulti lo seguii per controllare il seguito. In effetti Andrea dopo pochi minuti stava già tornando da noi senza aver domandato aiuto a nessuno, limitandosi a svuotare gli slip, senza chiedere di essere cambiato nè lavato. Peggio del muco sulla maglietta, che dite?

Capitó perfino che Andrea e il fratellino Michele litigassero pesantemente davanti a noi: Michele aveva duramente colpito il fratello con un ombrello sulla mano (due bambini di 2 e 3 anni si prendono ad ombrellate davanti al papà ma quest'ultimo non interviene). Andrea aveva una mano ferita e il sangue gli gocciolava a terra. Chi se ne accorse? Lui, direte. Macchè! Coraggioso? Insensibile? Abituato a far tacere il dolore?... Il papà? Neanche. "Cose che capitano..." (in effetti succede anche di peggio: una volta Michele accese l'auto del padre - chiavi lasciate nel quadro e portiera aperta - facendola sobbalzare addosso alla catasta di legna contro la parete del garage. La catasta si rovesció direttamente sul cofano dell'auto...). 

Andrea parlava con un poco di difficoltà, a volte balbettava molto ripetendo spesso all'inizio della frase "ehm, ehm, ehm...". Ovviamente alcuni suoi compagni lo prendevano in giro e lui una volta me lo disse. Mi raccontò brevemente di come gli altri gli dicessero che lui parlava male e non si capiva niente di quel che diceva. Mi fece tanta tenerezza e provai a fargli capire che comprendevo la sua fatica e che non doveva essere facile per lui quando lo deridevano. Gli dissi anche che crescendo avrebbe imparato a parlare sempre meglio e che, in ogni caso, noi lo capivamo bene. 

Mi guardava come se stessi parlando una lingua straniera, fatta di suoni, parole e soprattutto significati incomprensibili. Il mio messaggio di empatia quasi rimbalzó sulla sua psiche, riuscendo in modo minimo a perforarne la scorza.


Potrei raccontare ancora molti episodi simili a questi, ma voglio arrivare alla morte della compassione, avendone sinora narrato - seppure a sprazzi - l'agonia.

Un pomeriggio arrivammo in auto in questa minuscola frazione di montagna e vidi dal finestrino Andrea e Federico che stavanno raccogliendo qualcosa nel prato vicino a casa. Scendemmo dall'auto e insieme a mio figlio (3 anni circa al momento dei fatti) andammo a vedere cosa stavano facendo Andrea e Federico. 

Erano a caccia di insetti (cavallette, farfalle ecc.) e non appena ne acchiappavano uno, lo andavano a mettere in un secchio poco lontano. Pensai che forse stavano giocando agli "scienziati"; in realtà il secchio era pieno di acqua e loro ci buttavano dentro gli insetti per affogarli... Alcuni di questi insetti erano privi di ali o zampe, rotte o perse durante la cattura, oppure strappate per divertimento ed esercizio di crudeltà. 


Restai ovviamente inorridita e chiesi loro per quale motivo stessero facendo questo gioco assurdo. Presero il secchio tutti divertiti e ci portarono a vedere un altro contenitore, pieno di una poltiglia piuttosto disgustosa che era la loro "pozione magica", dentro la quale rovesciarono gli insetti catturati. Non potevo stare zitta e semplicemente allontanarmi, dovevo dire qualcosa, che avesse un significato per mio figlio in prima istanza e, speravo, anche per Andrea e Federico.

Cercai quindi di far capire ai due cugini che quello che stavano facendo era orribile e che non era giusto catturare delle creature viventi per seviziarle e ucciderle per gioco, per cui non avrei lasciato mio figlio a giocare con loro ad un gioco così. Mi guardavano sinceramente stupiti, non capivano il valore della vita di un altro essere vivente, tantomeno il suo dolore o la sua agonia... In effetti LORO si stavano divertendo! 

Vi faccio notare che Andrea e Federico erano entrambi oltre l'età in cui di solito compare e si sviluppa la TOM (Theory Of Mind - Teoria della Mente), che è quella capacità grazie alla quale un essere umano è in grado di pensare e rappresentarsi stati d'animo, pensieri, emozioni e sensazioni appartenenti ad altri esseri viventi, anche se diversi dai propri.

Ciò che non era presente in loro era l'empatia, il "sentire l'altro". L'empatia evolve a partire dal contagio emotivo che caratterizza l'essere umano fin dalla nascita, si tratta di una risorsa personale cruciale nello sviluppo dell'intelligenza emotiva di un individuo.


Ecco, credo di aver compreso definitivamente in quell'occasione che la solitudine, la durezza, la mancanza di tenerezza e di contatto emotivo cui Andrea e Federico erano stati esposti fin da piccolissimi, avevano ottenuto il triste risultato di privarli di ciò che caratterizza l'essere umano nella sua possibilità di essere una Persona: la Pietà e la Compassione.

Qualcuno diceva che la crudeltà sugli animali è la palestra in cui si allena la crudeltà verso gli altri esseri umani. Mi vengono in mente l'Olocausto, le Guerre Mondiali, le pulizie etniche, le guerre fratricide. 

Ogni adulto è stato bambino. E il bambino è il padre dell'uomo.

La catena va spezzata e ogni caregiver - genitore, educatore - ha il dovere e il diritto di provare a spezzarla per rompere questo circolo perverso di violenza e dolore che purtroppo esiste e si ripeterà finchè non ci opporremo davvero ad esso.

Che ne pensate? 

Maria Beatrice

21 novembre 2011

Parlar chiaro sulle sculacciate

A seguito di un incontro sul tema "Capricci, regole  e relazioni familiari" da me tenuto ad un gruppo di mamme nella scorsa primavera, avevo trovato on line  questo documento dal titolo "Parlar chiaro sulle sculacciate" estremamente interessante e importante . Ero rimasta colpita dall'intervento di una mamma presente a quel'incontro che decisamente si opponeva all'idea che qualche sculacciata possa far male ad un bambino (chi vuol saperne di più può leggere il commento a caldo che avevo postato in fb il 19 Aprile 2011).

Anche pensando a questa mamma, avevo inoltrato il documento prima indicato ad una mailing list di genitori che curavo mensilmente e ne avevo ricavato alcuni feedback interessanti. 

Sono convinta che non sia mai inutile lo sforzo di divulgare e diffondere queste informazioni. Vi chiedo, se lo volete e se lo considerate giusto, di partecipare a questo sforzo. Ognuno di noi conosce tante mamme e tanti papà, con il tam-tam della quotidiana frequentazione queste info potrebbero girare rapidamente nelle nostre scuole, nei quartieri in cui viviamo, nelle comunità che frequentiamo.

Non è mica una catena di S. Antonio, è una sfida per il futuro dei nostri bambini (e nipoti e pronipoti ecc.).

Che dite, entriamo in cordata?

Un caro saluto a tutti,

Maria Beatrice