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2 aprile 2024

E' on line "Safe Sleep Without Fear", il progetto musicale di Educazione Consapevole ® in lingua inglese!

Vi racconto una storia a ritroso.

29 Marzo 2024: esce "Safe Sleep Without Fear", il fratellino internazionale di Nanna sicura senza paura ! 

Un album musicale completamente in inglese, tradotto meticolosamente dalla versione precedente (italiano e spagnolo) per mantenere il significato dei testi originali e raggiungere, in questo modo, moltissime persone in più, sparpagliate per il mondo! 


Finalmente gli ascoltatori esteri di Nanna sicura senza paura possono comprendere le parole oltre che apprezzare le dolci melodie di questo progetto musicale: dal Canada alle Filippine, dal regno Unito agli USA, dall'Australia al Brasile, dal Sudafrica al Giappone, da Hong Kong alla Nuova Zelanda e ancora oltre!

“Safe Sleep Without Fear” è disponibile a questo link https://zerocrossingrecords.bandcamp.com/.../safe-sleep... per: 

11 maggio 2014

Il Tesoro Nascosto

Buongiorno amici di Educazione Consapevole.

Ho in mente questo post da quando, anni fa, il blog è stato trasportato dalla piattaforma di Splinder a quella di Blogspot. Vagliavo i temi disponibili e le immagini di sfondo e avevo infine scelto la fotografia sfumata e sfocata di un germoglio: il tenue verde delle foglioline e l'azzurro del cielo confortavano la bontà della mia scelta.

Un germoglio: un futuro albero.

16 febbraio 2013

Mi fido di te


Buonasera amici di Educazione Consapevole! 

Eccoci di nuovo davanti ad uno schermo... io a scrivere, voi a leggere. Mi sembra quasi di chiacchierare con ognuno di voi, come mi accade realmente nella vita di tutti i giorni con le mamme e le amiche che condividono con me pensieri ed emozioni sull'essere genitori.

Proprio come oggi, quando raccontavo ad un'amica in dolce attesa quel che sto per raccontare anche a voi. L'ennesima occasione in cui il Piccolo Uomo mi ha insegnato qualcosa su di sè. E, soprattutto, su di me.

Le cose stanno così: il Piccolo Uomo ha iniziato un corso di nuoto con la scuola. Grandi preparativi, zainetto ad hoc con tutto il necessario e mille e più raccomandazioni ("siediti sulla panca per cambiarti, non per terra", "non correre a bordo vasca, è pericoloso" e via di seguito). Finalmente arriva il gran giorno. Nel corso della lezione, ricevo un messaggio sul telefono da un'amica mamma (che si era offerta volontaria per aiutare i bimbi insieme alle maestre) che era presente in piscina e vedo il Piccolo Uomo alle prese con lo stile dorso, insieme al suo istruttore. L'amica mamma mi dice che il Piccolo Uomo si sta divertendo tanto e mi rassicura, va tutto ok.

Bene, sono contenta anche io per lui, è un'esperienza nuova e spero gli piaccia. In realtà spero anche che fili tutto liscio, un pochino di apprensione ce l'ho.

Dopo un paio d'ore il Piccolo Uomo torna a casa accompagnato dalla nonna, entra tutto gagliardo in cucina e mi dice di aver perso i boxer... Ecco, cominciamo bene, prima lezione e primo indumento sparito nel buco nero degli spogliatoti. Va beh, con un po' di scocciatura in cuore soprassiedo e me lo guardo, questo Piccolo Uomo tutto scarmigliato, con i capelli a forma di cuffia-in-silicone. E noto che non indossa il dolcevita che aveva sotto la tuta quando si era vestito la mattina prima di andare a scuola. Gli abbasso la zip della felpa e in effetti tutto ciò che trovo è la canottiera...

Ecco, diciamocelo, la mia piccola scocciatura ha subìto in quell'istante un'impennata che neanche il cavallo bianco di Napoleone nel famoso dipinto aveva espresso... 

"Ma che fine ha fatto il tuo dolcevita?!", una frase di per sè accusatoria, per niente (ma proprio per niente, ve lo assicuro) accogliente. E a queste parole gli occhi del Piccolo Uomo cambiano subito di espressione: capisco che fino a quel momento non si era minimamente accorto che gli mancasse un "pezzo". Mi dice che non lo sa, vedo che si sforza di ricordare, ma non mi sa dire che fine abbia fatto il dolcevita.

Gli faccio ripercorrere mentalmente la scena, mi sa dire quali bambini erano accanto a lui nello spogliatoio, mi assicura che dopo aver messo il costume aveva infilato i vestiti nello zaino. Dice che è sicuro che il suo dolcevita non è rimasto nello spogliatoio.

E io, presa dal nervoso e dal pensiero "ma le maestre non li guardano 'sti bambini?!", gli dico che non è possibile. Fondamentalmente non gli credo, la verità è che penso che mi stia mentendo per non essere sgridato.

E parte a piangere disperato. Ma disperato, eh! Una scena madre, che neanche il cinema napoletano d'autore ha saputo esprimere così bene. Vuole le sue cose, dice che le vuole a tutti i costi, vuole che chiami la piscina per farle cercare.

Si calma solo quando contatto la piscina e parlo proprio con il suo istruttore che mi assicura che controllerà e, soprattutto, si ricorda del Piccolo Uomo, mi chiede di salutarglielo e mi dice che è stato bravo. Comunque, le sue cose non si trovano, in piscina non ci sono.

La mattina seguente, prima di andare a scuola, il Piccolo Uomo mi prega di non chiedere nulla alle maestre: non vuole essere preso in giro, perchè è certo che nessun bambino oltre a lui abbia perso niente. Si vergogna, povero piccolo. Chiamo allora l'amica mamma che mi aveva inviato il messaggio in diretta dalla piscina il giorno prima e le chiedo la cortesia di dare un'occhiata al Piccolo Uomo la prossima volta, giusto perchè non torni a casa mezzo ignudo in Febbraio...

E sapete cosa mi dice (a parte che non può stare nello spogliatoio dei maschietti perchè tra questi c'è anche il suo bimbo e, quindi, lei è precettata nello spogliatoio femminile)? Mi racconta di come il Piccolo Uomo, il giorno precedente, fosse stato l'unico maschio ad essersi seduto sulla panca per cambiarsi (tutti gli altri per terra) e di come le mamme presenti avessero notato il suo impegno e la sua precisione. Mi dice anche che, durante il viaggio di ritorno in pullman,il Piccolo Uomo aveva "tenuto banco", tutto felice e super emozionato per l'esperienza appena fatta.

Ecco: all'improvviso capisco tutto. Capisco di aver commesso un errore talmente grossolano da vergognarmene subito. E profondamente. Capisco, cioè, di aver stroncato la gioia del Piccolo Uomo con le mie domande da mamma rompiscatole. Come averlo strappato dal mondo delle nuvole trascinandolo a terra con violenza e, soprattutto, senza alcun rispetto. Ascolto: zero. Fiducia: zero. Pazienza: zero. Supponenza: troppa. Non mi intendo di bilanci, ma il mio mi è parso decisamente in perdita. 

Non avevo saputo essere comprensiva, accogliente, fiduciosa, paziente. E il Piccolo Uomo, che si era profondamente impegnato e così tanto divertito, aveva reagito nell'unico modo possibile ad un bimbo sensibile (quale è) che si veda investire da un TIR.

Detto, fatto, con l'aiuto dell'amica mamma (che ringrazio di cuore per avermi aiutato a capire la vicenda) organizzo la possibilità di contattare con somma discrezione le mamme dei bimbi che si erano cambiati vicino al mio nello spogliatoio per vedere se, per caso, il dolcevita e i boxer fossero finiti nello zainetto sbagliato.

Vado a prendere il Piccolo Uomo a scuola. Gli devo delle scuse. Serie e sincere. Lo abbraccio forte e gli dico tutto quello che penso, che avevo capito quanto si fosse impegnato e che gli credevo se lui era sicuro di non aver dimenticato le sue cose nello spogliatoio. Gli dico che gli voglio bene e che sono orgogliosa di essere la sua mamma. Lui mi ascolta e mi abbraccia forte.

Gli chiedo se posso far avere alle mamme dei suoi "vicini di spogliatoio" il bigliettino che ho preparato per ritrovare le sue cose. Lui mi guarda e ride "Ma lo sai dov'è il dolcevita mamma? Te lo sta lavando la mamma di E.!". In pratica: uno dei bimbi vicini a lui aveva indossato il dolcevita del Piccolo Uomo OLTRE alla propria maglia (eh, dai, almeno sarà stato al calduccio!).

Quindi, ricapitolando: il Piccolo Uomo aveva ragione su tutto: non aveva dimenticato il dolcevita in giro per lo spogliatoio, si era cambiato sulla panca, aveva pure fatto del suo meglio in piscina. Aveva detto la verità. Sarebbe bastato credergli e non avrebbe dovuto affrontare la vergogna e il senso di fallimento che, invece, io gli avevo irragionevolmente "regalato".

Ennesima lezione di vita: se devi scegliere tra fidarti di tuo figlio (anche se la sua versione ti sembra poco realistica) e fidarti del tuo "infallibile sapere adulto"... meglio se ti fidi di tuo figlio. Sbagliare per sbagliare, almeno sbagliamo per fiducia e per amore, vah!  

Ah! Dimenticavo! I boxer sono rimasti desaparecidi... Pazienza: non si può aver tutto (e soprattutto: chi se ne importa!).

Aspetto sempre i vostri commenti (anche qui, eh! Non solo sul gruppo fb, via mail, via sms, via whatsapp... ) e buona notte a tutti! 

Maria Beatrice  

5 febbraio 2013

Ognuno dà quel che ha


Buonasera a tutti voi, amici e lettori di Educazione Consapevole! 

Il post di oggi sobbolle nella mia mente da diversi giorni, forse anche un paio di settimane o giù di lì. E siccome ultimamente ho tempi di gestazione (e soprattutto travaglio!) lunghi, ecco che soltanto stasera vede la luce.

L'argomento mi è stato offerto dal post di una mamma, letto in uno dei gruppi facebook che seguo. Questa mamma raccontava di come le fosse capitato di salire sull'autobus con il bimbo in fascia e narrava le reazioni suscitate negli astanti, riferendosi in particolare ad una coppia di anziane signore palesemente critiche nei suoi riguardi. Più che critiche... incomprensibilmente sdegnate e sprezzanti, con un atteggiamento e con parole al limite dell'aggressività (nonchè del razzismo, considerando che erano state pronunciate frasi del tipo "come le africane" e "come le zingare"...).

Una protervia apparentemente inspiegabile, di certo inappropriata.

E di seguito al post di questa mamma (sdegnata e parecchio arrabbiata), ecco comparire una cascata di commenti a lei solidali, conditi – a volte – da quasi altrettanta aggressività, con espliciti riferimenti all'ignoranza, alla cattiveria, alla stupidità delle anziane passeggere dell'autobus in questione.

Vi dirò che anche io mi sono alterata non poco, leggendo il post di quella mamma, perchè so cosa significa incontrare sguardi e parole tutt'altro che benevole da parte dello sconosciuto di turno che incontri per strada e che si sente autorizzato a giudicare (ad alta voce, ovviamente) il tuo stile di maternage ad alto contatto (perchè "porti", perchè allatti in pubblico... e così via).

Eppure, dopo aver letto tutti quei commenti così accesi e così rabbiosi, ho realizzato che la catena della rabbia non poteva e non doveva essere l'unica risposta a quell'episodio. Con una tendenza tutta professionale e personale, ho operato uno sforzo immaginativo su quelle anziane signore, così malevole.

Le ho immaginate bambine, un "tot" di anni fa, in un'epoca di autoritarismo educativo che poco spazio lasciava alle emozioni e alla tenerezza. Ho pensato alle bambine che quelle due anziane signore portano ancora dentro, come ognuno di noi porta in sè il proprio "bambino interiore". E non ho potuto vedere altro che due bambine arrabbiate, tristi, invidiose di quella dolcezza e di quella tenerezza così evidenti nella mamma portatrice e nel suo figliolo portato.

Ho pensato alle persone incontrate nel tempo che, in vario modo, mi hanno dimostrato apprezzamento e incoraggiamento, o almeno comprensione e appoggio per le mie scelte di accudimento. Ho pensato ai loro sorrisi, ai complimenti, alla nostalgia evidente nelle parole e negli occhi lucidi di certe nonnine. E ho visto in quelle persone "ex bambini" amati, bambini consolati, accuditi, coccolati. E ho visto bambini interiori pacificati e benevoli.

E allora ho postato anche io un commento in quel post, raccontando la mia visione dei fatti. Sapete? Ho ricevuto apprezzamento per la mia versione e un paio di persone, proprio grazie a quel commento, si sono avvicinate alla realtà di Educazione Consapevole, incuriosite dall'opportunità di leggere la propria storia di vita (e non solo quella!) in un'ottica diversa.

Ieri, dopo una bella e lunga chiacchierata con la mia amica neomammatris (quella della fascia lunga del post "Effetto fascia 4 – The Ripple Effect"), nella quale abbiamo parlato anche di questi argomenti, ho deciso di scrivere questo post. Chissà che, come quel semplice commento su facebook di qualche giorno fa, anche queste parole di oggi possano avvicinare qualcuno ad una visione più consapevole e più comprensiva del proprio ed altrui comportamento. Perchè una volta compreso che "ognuno dà quel che ha", si riesce perfino ad addolcire la propria visione del mondo. Quello dentro di noi. E quello fuori.

Aspetto i vostri commenti... nel frattempo: buona notte a tutti!

Maria Beatrice 

5 gennaio 2013

A braccia incrociate



Buonasera a tutti voi, amici carissimi di Educazione Consapevole!

Penso a questo post esattamente da ieri sera. E' uno di quei pensieri che danzano leggeri leggeri in continuazione, di sottofondo, discreti a prima vista e invece persistenti e determinati come avessero una propria volontà.

Non c'è stata ora in questa giornata nella quale non abbia pensato almeno per un istante a questo post. E alla fine ha vinto lui: è già qui, che prende forma mentre lo scrivo per voi e, forse, per me.

Che immagine evoca nella vostra mente il titolo "A braccia incrociate"? A me fa pensare subito a un'immagine di riposo, di relax... (ho bisogno di ferie, si capisce?! ). Oppure a un'immagine di ascolto, del tipo io-ti-parlo-tu-mi-ascolti-a-braccia-incrociate. O anche a un'immagine di protesta, una specie di sit-in del corpo che si blinda e si oppone passivo a qualcosa o qualcuno.

In realtà, nessuna di queste immagini corrisponde a ciò che si nasconde dietro e dentro questo titolo.

Si tratta, infatti, di un contorsionismo amorevole, una di quelle cose che solo una mamma può inventarsi. Potere della flessibilità, della fantasia e del facciamo-di-necessità-virtù.

La cosa è nata così, da un cosleeping molto freestyle. Da un bimbo "grande" che dorme placido nel sidebed, accanto alla mamma. Da una bimba piccola che dorme nel lettone, tra mamma e papà. Da un papà che chiude la fila e supervisiona il gruppo.

Come si fa a dare la mano a due bimbi contemporaneamente e senza entrare nel tunnel dei formicolii, delle posture dolorose e delle improbabili angolazioni degli arti? Con un po' di fantasia e ricordando la storiella che narra di come l'inferno e il paradiso siano entrambi allestiti con una tavola imbandita e lunghissime posate. All'inferno ognuno pensa solo a sè e cerca di mangiare, ma con le lunghissime posate non riesce a nutrirsi di alcunchè. In paradiso, invece, ci si imbocca a vicenda e tutti ricevono ben più del necessario.

Braccia lunghe, lunghe come le lunghissime posate... E allora, la mano destra finisce al bimbo grande che sta alla sinistra. La mano sinistra, va a prendere la piccola che sta alla destra. E la mamma si ritrova a braccia incrociate, guarda i suoi figli e sbircia il papà che tiene nella sua manona l'altra manina della piccola. Guarda il soffitto, sorride, scuote la testa ridendo con una lacrima che scivola sul cuscino. Chiude gli occhi. E si addormenta.

Come ho trovato scritto su una bella immagine della pagina facebook di Mammole "Non ho bisogno che sia facile. Ho bisogno che ne valga la pena".

Oh, sì. Ne vale proprio la pena. 

Buonanotte a tutti! 
Maria Beatrice 

NB: l'immagine è presa dalla pagina facebook de "Il Bambino Naturale" ed è stata tratta da "Kids"

26 dicembre 2012

Il Natale è uno stato del cuore



Solo ieri era Natale, il giorno dell'anno che, o si ama immensamente, o si detesta e si spera passi veloce veloce, senza colpo ferire, fino al prossimo anno.

Il giorno in cui tutti desiderano trascorrere ore di pace e armonia e nel quale invece spesso ci si trova incastrati in pranzi e cene con persone che a malapena sopportiamo, immersi nei sorrisi di circostanza, nelle risposte di prammatica alle domande di rito, nei "grazie" per dovere e nei "Buon Natale" per inevitabile formalità.

Ho vissuto ormai non pochi Natali nella mia vita, tanti da bambina, tanti da ragazzina e da giovane adulta, parecchi da fidanzata e poi alcuni da moglie/mamma. Tutti Natali carichi di grandi aspettative, di qualche prevedibile delusione, di qualche insperata sorpresa.

E ieri, mentre ero seduta in Chiesa per la Messa Solenne, ho iniziato a pensare in modo diverso, a creare nella mente un pensiero coerente come la scena di un puzzle fatto da tante piccole tessere.

Ho iniziato a ricordare e rivedere nella mente una serie di piccoli episodi, situazioni, avvenimenti, che nei giorni scorsi mi avevano colpito e all'improvviso ho capito che tutto era immerso in una enorme dicotomia, in una netta separazione tra ciò che distingueva il Natale - quello vero -  dal natale - quello finto.

Ho realizzato che il Natale non stava nelle luci e negli addobbi sull'abete da poco piantato nella piazza del paese, bensì nel rude sacco di iuta posto a difesa del tronco per mano del pietoso giardiniere.

Il Natale non stava nell'incenso e nei paramenti sacri, ma si trovava nelle persone accanto a me, inginocchiate sul nudo e duro pavimento al momento della Consacrazione del pane e del vino durante la Messa.

Il Natale non stava nelle leccornie e nelle costose prelibatezze del gran pranzo, ma era evidente nella fame coraggiosa del piccolo pettirosso che ogni giorno sfida gli abitanti di questa casa per venire a becchettare le bricioline di pastone e i semi che mettiamo per lui in un piatto sul terrazzo.

Il Natale non stava nel costoso dono ricevuto, ma nella voce della mia nonna novantaseienne che mi informava di essere stata messa a capotavola per il pranzo, nella Casa di Cura in cui - ahimè - si trova da un po'.

Il Natale, più di tutto, si trovava nella famiglia che avevo di fronte a me in chiesa: una coppia non giovane e non "bella", con una bimba di circa un anno addormentata nel passeggino.
Una famiglia anonima per i canoni del nostro mondo,  che avrebbe benissimo potuto passare inosservata agli occhi di altri. Non ai miei, così allenati e vocati ad osservare (un po' gli studi e la formazione, un po' le passioni e gli hobbies - sì, nella mia vita pre-mamma avevo degli hobbies! - hanno fatto di me un'attenta osservatrice).

E ho visto un Natale E N O R M E nelle mani di quel papà di fronte a me, nella forza con cui teneva le maniglie del passeggino ad ogni passaggio dei solerti chierichetti, affinché non lo colpissero accidentalmente rischiando di svegliare la sua piccola addormentata. Le stesse mani con cui ad un certo punto ha preso quella della moglie così, per semplice tenerezza, senza motivo, solo per il gusto di sentire il suo contatto. Era proprio un Natale con la N maiuscola, il modo in cui quel marito si era chinato verso la sua compagna per chiederle come andava la sua spalla dolorante - sono brava a leggere il labiale ), o il bacio che si erano scambiati al momento del segno di Pace, condividendo un abbraccio anche con l'altra figlia e la nonna che erano sedute poco più lontano.

Ecco: persone semplici, gesti sinceri, silenziosi. Niente di clamoroso, di evidente. Ma tutto vero, ne sono proprio sicura. 

Questo è stato il mio pensiero Natalizio: che il Natale, in realtà, o è dentro le persone come stato del cuore, oppure è una triste recita che non fa bene nè a chi la mette in scena nè a chi la guarda.

Buona notte a tutti, amici di Educazione Consapevole. E Buon Natale.

Un abbraccio,
Maria Beatrice

12 gennaio 2012

Il cuore non dimentica

Buongiorno a tutti voi! 

Stamattina sono di ritorno dal centro prelievi dell'ospedale: sono reduce dalla curva di carico del glucosio, quella del bibitone extradolce che, per una cui ultimamente un cucchiaino di miele dà la nausea, rappresenta una sfida metabolica e psicologica non da poco. 

La permanenza forzata per le necessarie latenze tra un prelievo e l'altro è però stata foriera di incontri umanamente significativi: la mamma incinta con cui scambiarsi informazioni e chiedersi le solite cose (a quanti mesi sei, è maschio o femmina, come mai devi fare questi esami ecc.), la neomamma con pulcina di 9 mesi al seguito, che è tutta un trillo e una gioia di lallazioni e quando sorride ti mostra l'unico dentino spuntato (con cui, peraltro, cerca in ogni modo di sgranocchiare il biscottino che ha in mano), la nonnina che ti racconta di quando lei aspettava i suoi figli e di come sono cambiate oggi tante cose... e via dicendo.

Nel panorama umano che ho incrociato questa mattina, il posto d'onore va a due bimbe, due gemelline bellissime. Vi racconto cos'è successo.

Ero seduta a leggere (anzi, ri-leggere per l'ennesima volta) “Amarli senza se e senza ma” di Alfie Kohn. Dato che sarà uno dei prossimi libri recensiti sul Blog ho il piacere e il dovere di rileggerlo per intero.
Mentre leggo, si sente un bimbo che comincia a piangere. Alzo gli occhi (inevitabile, ormai è una sorta di riflesso condizionato!) e vedo che si tratta di una bimba che avrà 5 anni; ha il cerotto sul braccio e vicino a lei c'è la sorellina. Insieme a loro c'è la nonna.

Caso vuole che sia arrivato il momento del mio secondo prelievo e per raggiungere l'infermiera passo proprio davanti alle bimbe. Quella che piange è proprio un po' disperata, continua a dire “mamma, mamma... voglio la mamma” e poi, alla nonna che cerca di sistemarle il cerotto per abbassarle la manica urla “ho paura, ho paura!”.

La nonna, poveretta anche lei, all'inizio cerca di fare finta di niente, ma poi dice quello che la maggior parte delle persone di solito dice in queste situazioni: “Basta. Baaasta! Finiscila, ti guardano tutti! Penseranno 'che rompiscatole quella bambina lì' ”.

Non mi sapevo spiegare fino in fondo perché continuassi a guardare quella scena, era più forte di me. È vero che stavo leggendo un libro ad hoc per l'occasione, è vero che sono incinta e quindi la mia emotività è più labile del solito (stiamo freschi...). Tutto vero. Ma mancava qualcosa.

Insomma: dato che l'infermiera era ancora impegnata con una paziente... non ho resistito e sono andata dalla bimba. Ho sorriso alla nonna (che mi ha guardato un po' così, ma poi ha subito ricambiato il mio sorriso) e mi sono accovacciata vicino alle piccole. Avevo sentito il nome della bimba poco prima mentre la nonna le parlava e allora l'ho chiamata per nome e le ho detto che la sua mamma sarebbe arrivata presto, che poteva stare tranquilla. Quando si è girata verso di me le ho sorriso e ho azzardato di posarle la mano sulla schiena (a pensarci ora ho proprio osato, ma mi veniva istintivo farlo!) per farle una carezza. Lei ha smesso un po' di piangere e la nonna le ha detto “dov'è andata la mamma?”. E la piccolina “a.... fare.... gli esa... esami... del... sangue...”. Le ho fatto vedere che anche io come loro avevo il cerotto e quindi capivo che non è facile fare l'esame del sangue, come per loro. E anche io ero una mamma e dovevo aspettare un po' prima di tornare dal mio bimbo. La sorellina, più audace, mi ha fatto vedere il “diploma” di bimba coraggiosa che le avevano dato le infermiere e così ho avuto modo di dire ad entrambe le piccole che erano state bravissime e che la mamma le avrebbe baciate subito, appena sarebbe arrivata.

Nessuno piangeva più. La nonna non si era sentita malgiudicata e ci siamo sorrise di nuovo. Ho salutato le bimbe e sono andata a farmi bucherellare di nuovo il braccio.  

Tempo cinque minuti e, tornata al mio posto per attendere il terzo prelievo, mi è scappato l'occhio verso le bimbe e ho visto la mamma.
Ma... ma io quella mamma la conosco! Non la vedo da qualche tempo, almeno due anni, ma ho capito chi è! Ho capito chi sono quelle bimbe che mi avevano colpito e catturato il cuore in modo così particolare.

Io ho conosciuto quelle bimbe quando avevano un anno e mezzo, in uno dei Nidi di cui ero responsabile e psicopedagogista. Mi si è illuminata la mente alla luce di questo ricordo; il cuore, invece, non aveva avuto bisogno di tempo e di pensiero. Aveva reagito prontamente al bisogno, contro ogni logica e, forse, addirittura contro ogni prudenza.

Mi sono avvicinata ed è stato bello chiacchierare un po' con la loro mamma e raccontarsi i cambiamenti degli ultimi anni.

Le relazioni sfuggono alla logica del tempo, dello spazio, alle regole del “fatti gli affari tuoi” e “pensa per te”. Le relazioni vivono una vita a sé e ti stupisci di come possano continuare ad esistere nel cuore senza che tu debba sforzarti. Continuano ad esserci, e basta.

Mi chiedo anche se nel cuore di quelle bimbe, specialmente di quella che piangeva e alla quale mi sono avvicinata con una confidenza che di solito non ho per i bimbi che non mi conoscono, sia rimasta una traccia della nostra passata relazione.
Mi piace pensare che sia così e che, per questo motivo, le mie parole e la mia carezza non abbiano spaventato o allontanato ma, anzi, abbiano sortito il piccolo effetto di rassicurazione che desideravo avessero.

Il cuore non dimentica.  

Con questo pensiero vi saluto e vi auguro buona navigazione!

Maria Beatrice