Il senso di quello che faccio

Buongiorno a tutti, amici di Educazione Consapevole!

Sono felice di essere nuovamente con voi a condividere parola e pensiero sui temi del crescere e far crescere.

Il titolo che ho scelto per questo post vi ha forse incuriosito? Immagino che anche a voi sia capitato di chiedervi se quel che fate abbia senso oppure no; direi che capita a tutti, prima o poi...

A me capita continuamente (!) ma ci sono occasioni in cui non sono io a chiedermi che senso ha quel che faccio, bensì altri me lo chiedono, separatamente, uno dopo l'altro, senza sapere di essere gli ennesimi di una lista! Avevo deciso che la sesta persona diversa che mi avesse posto questa domanda, avrebbe decretato la stesura di questo post. E così è stato!

Ora mi spiego meglio: chi ha già navigato in questo Blog o magari è lettore della Pagina FB di Educazione Consapevole o, ancora, è genitore iscritto al Gruppo Facebook di questo Progetto, ricorderà che per il terzo anno consecutivo mi sto occupando della gestione dello Spazio Gioco 0/3 anni "Ludobaby" di Curno.

Si tratta di un servizio che mi sta dando molte soddisfazioni e mi pone ogni giorno continue e variegate sfide: organizzative, educative, logistiche. Quest'anno abbiamo raggiunto quota 60 famiglie iscritte ed è uno splendido traguardo, soprattutto considerando che tante di queste famiglie hanno scelto di iscriversi grazie al passaparola soddisfatto di chi già frequentava.

Provate ad immaginare cosa significhi pensare ogni settimana ad una nuova attività per queste 60 famiglie: 60 bambini di età compresa tra i cinque e i trentasei mesi, tutti diversi tra loro, accolti in uno spazio ampio, bello e soleggiato ma... vuoto.

Vedete: Ludobaby è ospitata all'interno di uno spazio polivalente e questo significa che va allestito e disallestito quotidianamente. Esatto, ogni mattina apro il magazzino dei giochi e dei materiali ed inizio a portarne fuori ciò che scelgo per quel giorno, quel gruppo, quella attività. Prima di pranzo, tutto torna al proprio posto, in parte con la collaborazione dei bambini e degli adulti, in parte me ne occupo da sola, successivamente alla loro uscita. Un lavoro che può sembrare ripetitivo (ed in parte lo è, inevitabilmente) ma che, in realtà, rappresenta la via d'accesso al mio "essere" in Spazio Gioco e non altrove.

Arrivo al lavoro sempre un po' trafelata, con alle spalle due ore abbondanti di vita da mamma, qualche kilometro in auto, l'occhio all'orologio, il bagagliaio spesso pieno di qualsiasi cosa (cibo, scatoloni, palloni, colla, strumenti musicali, lenzuola... sembro un rigattiere!) e l'animo e la mente ingombri... di vita.

Arrivo, apro una dopo l'altra le cinque porte che mi separano dalla stanza in cui lavoro ogni giorno con i bambini e i loro adulti di riferimento. Ad ogni passo, ad ogni toppa, la mia mente è costretta ad allontanarsi da ciò che ho vissuto fino a quel momento e a dirigersi verso quel che attende di essere costruito e messo in atto.

Alzo gli occhi agli scaffali del magazzino e penso ai bambini di quel mattino, alla loro età, alle loro preferenze e paure, agli adulti che li accompagnano. Non è infrequente che mi fermi a metà strada con qualcosa in mano e che decida di tornare indietro. A vedermi temo di sembrare un po'... originale!

E allora è capitato che prima una mamma, poi una nonna, poi altri adulti, nel vedermi "traslocare" tutto quanto per l'ennesima volta mi chiedessero con fare dubbioso e stupito: "Ma rimetti via tutto ogni giorno?", "Ma riporti qui dentro i giochi e il resto tutte le mattine?!", come a dire che non era possibile fosse così. Sarebbe stato troppo faticoso, assurdo, inutile.

E, invece, è come una terapia. Quello spazio vuoto da riempire mi obbliga ogni mattina a pensare, a concentrarmi, a focalizzare gli obiettivi, a prendere decisioni, a scegliere. Mi costringe a dimenticarmi di "me" e mi immerge nella dimensione del "loro": i bambini e chi li accompagna.

Anzi: nella dimensione del "noi", perchè anche io sono con "loro"!

Ed è così che ogni giorno, recupero a me stessa il senso di quello che faccio: passandoci dentro, sporcandomici le mani, ripercorrendo un copione che sembra già visto centinaia di volte e che, invece, ogni volta rivela qualcosa di nuovo.

Il senso di quello che faccio sta quindi nel farlo, ogni volta, con occhi e cuore nuovi.

Come se fosse la prima volta. Come se fosse l'ultima.

Con stanchezza, piacere, fatica e gioia tutte insieme, a coabitare nel centro di quel che sono, ogni giorno, in quello che non è soltanto"un posto di lavoro", ma una nuova occasione di scoperta e di crescita.

Un abbraccio,
Maria Beatrice