Effetto fascia

Buongiorno a tutti!

 
Oggi intendo condividere con voi l'esperienza del “portare” (portage, babywearing, babycarrying che dir si voglia...) che sto facendo da alcune settimane a questa parte.

Memore del fallimento occorso con il tentativo di portare in fascia il mio primo figlio (non solo ero decisamente meno consapevole di ora, ma ero anche più incerta e dubbiosa sulle mie capacità, nonché piuttosto “sola” nelle mie acerbe idee sul maternage ad alto contatto), questa volta avevo deciso di giocare d'anticipo e in-formarmi per tempo.

Avevo inziato leggendo “Portare i piccoli” di Esther Weber (primo libro recensito nella sezione “Il libro sul comodino – Sharing Reading” di questo blog) e mi ero così avvicinata seriamente al mondo delle mamme che scelgono di portare addosso i propri piccoli.

Frequentavo il blog di Mammacanguro – che conoscevo già personalmente per questioni professionali – e cercavo di apprendere le varie legature, senza però provare a realizzarle (non avevo fascia, né lunga né corta).

Mettendo insieme il tutto e mescolando con attenzione la decisione era ormai presa: una volta nata, avrei provato a portare la mia piccolina.

Sentivo che le sarebbe piaciuto; fin dalla vita nel pancione si era rivelato il suo gradimento per il contatto fisico, la sentivo rilassarsi sotto le carezze vigorose che provvedevo a fornirle quando si muoveva molto o puntava piedini e manine negli angoli più remoti della sua dimora uterina.

“Questa è una coccolona” - dicevo a tutti - “la fascia le piacerà”.

E avevo ragione. Quello che ancora non sapevo, però, era il ruolo che la fascia avrebbe avuto per noi: un vero “salvavita”. Vi spiego cosa intendo.

Dopo le prime tre settimane di vita ultrapacifica, con pasti da lupetta e nanne da orso in letargo, sono arrivati a farci una sgraditissima e continua compagnia i mal di pancia. E la sottoscritta non era per nulla preparata.

La piccola pacifica si era improvvisamente trasformata in una bimba cotinuamente disturbata dalle bizze di un pancino sempre stizzoso. Aria ingurgitata in dosi industriali ad ogni pasto (“ma perchè non si attacca più bene?”), poppate mai concluse, nervi a fior di pelle, pianti, ore di massaggi al pancino secondo i dettami di Vimala McClure da buona insegnante AIMI e, soprattutto, ore e ore di camminate saltellanti per casa con la piccina in braccio.


Immaginate il crollo verticale della qualità di vita di questa bambina e di tutta la famiglia. Un disastro!

Pochi giorni prima che tutto questo accadesse, con l'insostituibile aiuto della mia amica Francesca mi ero cucita una pouch-sling, che avevo usato con successo da subito (anche se ancora adesso non sempre l'ingresso in fascia della piccola mi riesce bene al primo tentativo). Detto, fatto. Bimba nella fascia: le due, tre ore quotidiane di passeggio domestico serale e notturno erano già meno drammatiche e fisicamente più sopportabili. Fascia benedetta! La mia piccolina dormiva due, tre, anche quattro ore dentro quel rettangolo stondato di stoffa a quadretti. E questo le permetteva di riacquistare un pochino di serenità e di riposo.


Poi ho frequentato il corso Wombato per imparare a portare con la fascia lunga, sempre con Mammacanguro. E da quel momento ho iniziato a vivere con la fascia addosso. Me la metto al mattino e la tolgo che è già notte.
 
Con questa lunga striscia di cotone addosso accompagno il piccolo uomo a lezione di Karate, vado in chiesa, al supermercato, nel bosco, al parco, in biblioteca... Ovunque mi possa spostare a piedi la fascia e la mia pulcina sono con me. Mi chiedo come potrei farne a meno!

E, ovviamente, suscito la curiosità e i commenti di moltissime persone che incontro (e credo che ogni mammacanguro sappia bene cosa intendo!).

La maggior parte delle persone è incuriosita e gentile, tutti chiedono quanto ha la piccola e se sta comoda (soprattutto chiedono: “ma respira?!”. A uno ho risposto: “No, soffoca, però mi diverto a vedere se resiste”. Mi ha guardato male...). C'è chi mi guarda e non parla e anche chi critica e dice “Queste mamme moderne...” scuotendo sconsolato il capo.

Ho ricevuto le domande più tecniche da una ragazza diversamente abile che mi ha chiesto quanti chili poteva portare la fascia (“questo marsupio”, l'ha definita) e se potevo portare anche sulla schiena; una signora mi ha detto da dietro una cancellata “anche mia nuora portava sempre così mio nipote! Brava, se la tenga stretta lì, intanto che può...!). Una ragazzina vedendomi dice alla mamma “ma non respira lì dentro!” e la mamma risponde “ma certo che respira, sente il caldo della sua mamma e sta bene”. Che gioia!


Ognuno reagisce a suo modo, dando ciò che ha dentro ed esprimendo ciò che è.

Ma sono i bambini a farmi pensare, perchè mi guardano straniti con gli occhi spalancati e la bocca aperta. Nessuno di loro ha mai detto “la fascia!”, nessuno di loro ha mai sorriso a un ricordo di vita. Mi guardano come se fossi un'aliena. E mi dispiace molto, perchè questa del portare è un'esperienza speciale per me ma – ne sono certa – anche per la mia bimba. Possibile che nessuno dei bimbi che incontro sia o sia stato un bimbo “portato”?

Prima di chiudere il post è giusto ricordare che anche la fascia, come qualsiasi altra scelta di vita quotidiana che operiamo con e per i nostri figli, insegna loro qualcosa. Il tempo mi farà capire come gestire il nostro portare/essere portati, perchè so, sento e vedo che la fascia è ormai già abitudine ben salda per la mia piccola. E questo ha un prezzo. Ma, una volta tanto, mi sento di pagare volentieri.


Un saluto a tutti, vi aspetto con i vostri commenti e, se volete, anche nel gruppo facebook di Educazione Consapevole! 

 
Maria Beatrice (e la sua piccola che dorme nella fascia...)