Il cuore non dimentica

Buongiorno a tutti voi! 

Stamattina sono di ritorno dal centro prelievi dell'ospedale: sono reduce dalla curva di carico del glucosio, quella del bibitone extradolce che, per una cui ultimamente un cucchiaino di miele dà la nausea, rappresenta una sfida metabolica e psicologica non da poco. 

La permanenza forzata per le necessarie latenze tra un prelievo e l'altro è però stata foriera di incontri umanamente significativi: la mamma incinta con cui scambiarsi informazioni e chiedersi le solite cose (a quanti mesi sei, è maschio o femmina, come mai devi fare questi esami ecc.), la neomamma con pulcina di 9 mesi al seguito, che è tutta un trillo e una gioia di lallazioni e quando sorride ti mostra l'unico dentino spuntato (con cui, peraltro, cerca in ogni modo di sgranocchiare il biscottino che ha in mano), la nonnina che ti racconta di quando lei aspettava i suoi figli e di come sono cambiate oggi tante cose... e via dicendo.

Nel panorama umano che ho incrociato questa mattina, il posto d'onore va a due bimbe, due gemelline bellissime. Vi racconto cos'è successo.

Ero seduta a leggere (anzi, ri-leggere per l'ennesima volta) “Amarli senza se e senza ma” di Alfie Kohn. Dato che sarà uno dei prossimi libri recensiti sul Blog ho il piacere e il dovere di rileggerlo per intero.
Mentre leggo, si sente un bimbo che comincia a piangere. Alzo gli occhi (inevitabile, ormai è una sorta di riflesso condizionato!) e vedo che si tratta di una bimba che avrà 5 anni; ha il cerotto sul braccio e vicino a lei c'è la sorellina. Insieme a loro c'è la nonna.

Caso vuole che sia arrivato il momento del mio secondo prelievo e per raggiungere l'infermiera passo proprio davanti alle bimbe. Quella che piange è proprio un po' disperata, continua a dire “mamma, mamma... voglio la mamma” e poi, alla nonna che cerca di sistemarle il cerotto per abbassarle la manica urla “ho paura, ho paura!”.

La nonna, poveretta anche lei, all'inizio cerca di fare finta di niente, ma poi dice quello che la maggior parte delle persone di solito dice in queste situazioni: “Basta. Baaasta! Finiscila, ti guardano tutti! Penseranno 'che rompiscatole quella bambina lì' ”.

Non mi sapevo spiegare fino in fondo perché continuassi a guardare quella scena, era più forte di me. È vero che stavo leggendo un libro ad hoc per l'occasione, è vero che sono incinta e quindi la mia emotività è più labile del solito (stiamo freschi...). Tutto vero. Ma mancava qualcosa.

Insomma: dato che l'infermiera era ancora impegnata con una paziente... non ho resistito e sono andata dalla bimba. Ho sorriso alla nonna (che mi ha guardato un po' così, ma poi ha subito ricambiato il mio sorriso) e mi sono accovacciata vicino alle piccole. Avevo sentito il nome della bimba poco prima mentre la nonna le parlava e allora l'ho chiamata per nome e le ho detto che la sua mamma sarebbe arrivata presto, che poteva stare tranquilla. Quando si è girata verso di me le ho sorriso e ho azzardato di posarle la mano sulla schiena (a pensarci ora ho proprio osato, ma mi veniva istintivo farlo!) per farle una carezza. Lei ha smesso un po' di piangere e la nonna le ha detto “dov'è andata la mamma?”. E la piccolina “a.... fare.... gli esa... esami... del... sangue...”. Le ho fatto vedere che anche io come loro avevo il cerotto e quindi capivo che non è facile fare l'esame del sangue, come per loro. E anche io ero una mamma e dovevo aspettare un po' prima di tornare dal mio bimbo. La sorellina, più audace, mi ha fatto vedere il “diploma” di bimba coraggiosa che le avevano dato le infermiere e così ho avuto modo di dire ad entrambe le piccole che erano state bravissime e che la mamma le avrebbe baciate subito, appena sarebbe arrivata.

Nessuno piangeva più. La nonna non si era sentita malgiudicata e ci siamo sorrise di nuovo. Ho salutato le bimbe e sono andata a farmi bucherellare di nuovo il braccio.  

Tempo cinque minuti e, tornata al mio posto per attendere il terzo prelievo, mi è scappato l'occhio verso le bimbe e ho visto la mamma.
Ma... ma io quella mamma la conosco! Non la vedo da qualche tempo, almeno due anni, ma ho capito chi è! Ho capito chi sono quelle bimbe che mi avevano colpito e catturato il cuore in modo così particolare.

Io ho conosciuto quelle bimbe quando avevano un anno e mezzo, in uno dei Nidi di cui ero responsabile e psicopedagogista. Mi si è illuminata la mente alla luce di questo ricordo; il cuore, invece, non aveva avuto bisogno di tempo e di pensiero. Aveva reagito prontamente al bisogno, contro ogni logica e, forse, addirittura contro ogni prudenza.

Mi sono avvicinata ed è stato bello chiacchierare un po' con la loro mamma e raccontarsi i cambiamenti degli ultimi anni.

Le relazioni sfuggono alla logica del tempo, dello spazio, alle regole del “fatti gli affari tuoi” e “pensa per te”. Le relazioni vivono una vita a sé e ti stupisci di come possano continuare ad esistere nel cuore senza che tu debba sforzarti. Continuano ad esserci, e basta.

Mi chiedo anche se nel cuore di quelle bimbe, specialmente di quella che piangeva e alla quale mi sono avvicinata con una confidenza che di solito non ho per i bimbi che non mi conoscono, sia rimasta una traccia della nostra passata relazione.
Mi piace pensare che sia così e che, per questo motivo, le mie parole e la mia carezza non abbiano spaventato o allontanato ma, anzi, abbiano sortito il piccolo effetto di rassicurazione che desideravo avessero.

Il cuore non dimentica.  

Con questo pensiero vi saluto e vi auguro buona navigazione!

Maria Beatrice