Un'avventura da ricordare

Eh, già. Non potrebbe essere altrimenti, cari amici di Educazione Consapevole.

Anche #naturainfamiglia ha bisogno di riprendere il suo percorso sul blog e quale migliore ricordo estivo da condividere con voi, se non... questo?


Meglio se andiamo con ordine, però...
Se vi ricordate, #naturainfamiglia, progetto collaterale di Educazione Consapevole, è nato per coinvolgere e motivare le famiglie a scoprire le infinite bellezze che la Natura possiede e dispensa con generosità.

A volte è sufficiente aguzzare la vista sugli scenari quotidiani per scoprire con meraviglia alcuni dettagli emozionanti che, a prima vista, abitualmente ci sfuggono.

Prendiamo ad esempio le farfalle: se ne possono vedere su ogni prato, in estate. Ma vi siete mai fermati ad osservarle, cercando di avvicinarvi senza farle scappare? Siete mai riusciti a "guardarle negli occhi" con i vostri figli? Provate ad ingrandire questa immagine e a farne parte ai vostri piccoli (una vera "bomba" per il vocabolario dei piccoli: antenne, zampe, proboscide, chiazze, controluce ecc.).


In altre occasioni, invece, certi scenari bisogna proprio andarseli a cercare. Probabilmente con un po' di fatica. Magari di sera, con le torce frontali per vedere dove si mettono i piedi. Magari a più di 2200 metri di quota, tra le rocce e gli "ometti" di sasso costruiti dagli escursionisti che ci hanno preceduto.

Magari, in certi momenti serve un'avventura che coinvolga grandi e piccoli in modo emozionante e divertente.

Ebbene: è proprio ciò che abbiamo voluto inventarci lo scorso Agosto, durante le vacanze dolomitiche condivise con un'altra famiglia.

Da mesi sognavo di guardare il tramonto sulle Dolomiti di Brenta da un luogo famoso per la sua bellezza. Un luogo suggestivo, meta prediletta da fotografi e documentaristi. Uno di quei luoghi dove, se ami la montagna, non puoi far altro che andare... Me lo sognavo di giorno e di notte, era diventato un chiodo fisso.


Il Lago Nero, piccolo specchio d'acqua d'alta quota in cima alla selvaggia Val Nambrone (Trentino Alto Adige), popolata di animali selvatici e con una strada che ti interroga continuamente su quanto sei certo di voler arrivare in cima (tornanti strettissimi per chilometri, senza protezione a valle...).

Un lago alpino apparentemente non diverso da molti altri, peraltro assai vicini, dai colori ben più accattivanti e ridenti, come i bei laghetti del Cornisello.


Ma anche se scuro come la pece, il Lago Nero è uno specchio d'acqua assai speciale. Perchè chi vi si specchia è fuori dal comune.


Le Dolomiti di Brenta, patrimonio mondiale dell'umanità (sito UNESCO), fanno capolino a bordo lago e soltanto il meteo che ci ha tenuto lontani fino all'ultimo ci ha impedito di immortalare il tramonto come avremmo voluto.

Dopo una giornata di tempo incerto e un pomeriggio di pioggia, all'improvviso il cielo si apre e ci giardiamo speranzosi negli occhi: ci avevamo già rinunciato, ormai.

Andiamo? Chiamiamo il Rifugio Cornisello, ultimo baluardo abitato della Val Nambrone, a 2120 Mt di quota. Sì, il cielo si apre un po', ha smesso di piovere. Ci sono 15 gradi, c'è poco vento. Sì, ci sono anche altri escursionisti già in loco per riprendere il tramonto.

Ormai è deciso, si va. In fretta e furia recuperiamo idee e materiali per mangiucchiare qualcosa, riempiamo gli zaini come sherpa di giacche, pile, scaldacolli. Tutti con pantaloni lunghi e torce in abbondanza. Non parliamo poi delle batterie di scorta: non abbiamo intenzione di rimanere bloccati al buio sopra i 2000 metri con cinque bambini (affamati)!

Il tragitto in auto mette alla prova il nostro stomaco e la mia impazienza: non arriveremo mai in tempo per il tramonto. La luce del sole sta indorando le cime del Brenta quando ancora siamo a 10 minuti dal Rifugio, dal quale poi ci sarà da galoppare per circa mezz'ora arrampicandosi su scalette di sasso costruite tra le rocce. Ha anche appenza piovuto ed è tutto bagnato, bisogna fare attenzione.


Arrivati ad un grande spiazzo a circa 300 metri dal rifugio decidiamo di lasciare le auto: la strada è davvero dissestata (sebbene non impraticabile) e non vogliamo far altro che scendere!

E allora via: tutti pronti per rincorrere il sogno di vedere le ultime luci calare sugli Sfulmini, su Cima Brenta, su Cima Tosa. Non ci sarà tempo di controllare le attrezzature al Lago: ci assicuriamo già che ognuno di noi (quattro adulti e cinque tra bimbi e ragazzini) abbia la propria torcia.

Il Rifugio è aperto ma lo superiamo di gran carriera, puntando direttamente l'attacco al sentiero che conduce al Lago.


Ci si vede ancora bene e per fortuna, perchè affrontare questo "sentiero" di roccia "a vista" (cioè senza aver guardato qualcuno che lo saliva prima di noi) non sarebbe stato semplice, al buio. Bisogna prestare molta attenzione al fondo e anche ai vari bolli biancorossi che indicano la giusta direzione (i segnavia CAI sono dei veri e propri salvavita e vanno SEMPRE tenuti d'occhio: niente "fuoripista" in montagna!).

La salita è faticosa, anche perchè stiamo davvero andando rapidi e svelti. I bambini sono troppo impegnati a risparmiare il fiato per bisticciare e chi sta avanti tra gli adulti non lesina indicazioni e suggerimenti ("un passo per volta, come sulle scale in Baita"), così come infiniti passaggi "mano nella mano".

Io corro e mi guardo indietro continuamente, per vedere se il Brenta ci sta aspettando oppure no. Il "fu" Piccolo Uomo, che ormai è cresciuto ed è capocordata del gruppo "juniores" è davanti con la Tata e il papà che vanno, vanno...

Ad ogni svolta gli chiedo "C'è il Lago!?" e lui ogni volta mi dice di no. E ancora un ometto di roccia, e ancora una svolta, e ancora gradini. Il sudore gocciola, anche se è sera e anche se il clima è da giacca.

Mezz'ora così, finchè (e mi emoziono nel ricordarlo) mi grida: "Mamma!! Il Lago!". Lo raggiungo e lo vedo. Anzi, li vedo, tutti e due: il Brenta e il Lago Nero, lì, insieme.

Bisogna fermare l'attimo e io corro avanti, per la gioia di fissare nella memoria questa immagine.


A bordo lago ci sono alcune persone che stanno scattando fotografie e riprendendo con treppiede e videocamera. C'è un silenzio irreale, un'atmosfera quasi sospesa nel tempo e nello spazio.

Ormai ce l'abbiamo fatta, ancora poco e siamo anche noi sulle rive del Lago. Qualcuno di siede sui sassi (a terra no, è tutto fradicio!), qualcuno azzarda passaggi a bordo acqua per arrivare nel punto migliore per scattare un'immagine degna di tutta questa emozionante fatica. I bambini hanno fame e dagli zaini escono piccoli generi di conforto (tornati a casa provvederemo a rifocillarci a dovere!).

Il tramonto è terminato da un po', ma non importa.

Io non sono contattabile: mi sono seduta a un pelo dall'acqua e sto piangendo a singhiozzi, seriamente e senza freno. Come se mi fosse scoppiata dentro una bomba emotiva e ne stesse uscendo il contenuto tutto da lì, dagli occhi. Non ve lo posso spiegare e forse nemmeno saprei farlo adeguatamente, ma credo sia stato uno dei momenti più emozionanti di tutta la mia vita "di montagna".

I miei figli mi guardano attoniti, specie la Tata, che non può comprendere questa reazione della mamma. Il Piccolo Uomo, invece, un po' lo sa il perchè di quello che sta accadendo e mi dice: "dai mamma, vieni che ti faccio una foto, così hai anche tu il ricordo di essere stata qui". Io gli rispondo che voglio una foto con lui e infatti ce l'ho, ma la tengo per me, troppo preziosa e troppo delicata per uscire dal mio pc.

Purtroppo il crepuscolo avanza e dobbiamo riprendere al più presto la via del ritorno, perchè vogliamo aver raggiunto l'attacco del sentiero prima che il buio sia diventato assoluto.


E via, di nuovo gambe in spalla ripercorrendo il medesimo tragitto di prima, con le gambe più stanche, le pance brontolanti e le torce frontali tutte accese! Ogni adulto tiene accanto e/o per mano un bambino (la più fortunata si è fatta tutto il percorso nello zaino portabimbo in spalla al papà!!) e tutti ci dirigiamo verso il Rifugio.

Ad un certo punto non riusciamo più ad orientarci, i segnavia sembrano scomparsi. Perdere l'orientamento in montagna è un attimo, le rocce sembra tutte uguali e sul sasso il calpestio non lascia traccia... Non ci resta che arretrare sino a ritrovare l'utlimo bollo biancorosso e, da lì, ripartire con occhi ben aperti.

Con un po' di sangue freddo e di calma aggiuntiva ecco ritrovato il sentiero, grazie agli ometti di pietra che "ringraziamo" aggiungendovi alcuni sassi per renderli più visibili.

Giungiamo con gran sollievo al termine di questa arrampicata alla rovescia e ci ritroviamo sulla sterrata che conduce al Rifugio. Ci siamo tutti, tutti e nove. Un applauso e un "urrà" per noi è d'obbligo: poco discreti, è vero, e non dovrebbe essere così, in montagna, regno del silenzio e del "passare inosservati". Ma siamo troppo contenti di avercela fatta!

Sgranocchiando qualsiasi cosa siamo riusciti a trovare negli zaini, procediamo spediti e ciarlieri verso il Rifugio, dove arriviamo alle 21:09 e abbiamo l'ardire di chiedere alla rifugista di timbrare il nostro libretto delle escursioni, per immortalare l'attimo.

E' stato emozionante ed intenso vivere questa esperienza con i bambini: ne abbiamo sentito tutta la responsabilità e la loro presenza ci ha regalato una consapevolezza assoluta di ciò che stavamo facendo.

Maestra montagna ci ha insegnato qualcosa di nuovo anche oggi.

Un saluto a tutti.
Maria Beatrice