Un'intervista per pensare

Buongiorno a tutti e buon inizio di Primavera!

Stamattina ho trovato nella mia casella di posta elettronica la mail di un'amica che inoltrava l'intervista che di seguito copio e incollo:

"Classe 1960, nazionalità francese, bionda, occhi azzurri, fasciata in un elegante abito di pizzo bianco Clara Lejeune è amministratore delegato unico e presidente della General Electrice France un’azienda che conta 10mila dipendenti, sposata con Hervè Gaymard, ex ministro dell’economia francese, e  madre nove figli di età compresa tra 4 e 18 anni. «Ma come fa a far tutto?» è una domanda che le rivolgono molto spesso.«A dire il vero me lo chiede spesso proprio mio marito – risponde divertita – ma non credo di avere un trucco da svelare. Semplicemente ad un certo punto ho abbandonato l’idea di dover fare tutto in modo perfetto e ho capito che l’importante è esserci. Amo mio marito e amo i miei ragazzi, cerco di fare quello che posso, non sempre ci riesco, ci sono giornate in cui tutto fila liscio e altre che sono un disastro, in quel caso semplicemente mi scuso, non sono una super mamma e i ragazzi lo capiscono. Sul lavoro ho imparato a delegare, se ho un appuntamento importante in famiglia esco prima. Non c’è riunione d’emergenza che tenga, non c’è invito di manager, politici e imprenditori importanti che mi trattenga, semplicemente esco. Certo mi sono giocata delle opportunità, ma la mia famiglia viene prima e questo non ha penalizzato in maniera determinante la mia carriera».
Clara Gaymard dice tutto questo con la naturalezza di chi vive una dimensione di normalità simile a tante altre e intuisce che per chi ascolta non sia così «Noi donne abbiamo la tendenza a voler far tutto, tutto per noi e tutto per i nostri figli. Io mi sono aiutata con poche semplici regole, una è questa: niente cene fuori. Sono i momenti più belli in cui siamo tutti insieme attorno allo stesso tavolo e non me ne priverei mai. Non accetto inviti fuori, non esistono cene di lavoro. Se decidiamo di vedere degli amici li invitiamo a casa oppure andiamo noi da loro, tutti e undici naturalmente. Anche i ragazzi hanno una regola: possono svolgere un’attività extrascolastica e che sia raggiungibile a piedi da casa, non posso accompagnarli tutti e nove a canto, pallavolo, musica, pattinaggio. Per qualcuno questa può essere una scelta penalizzante, io invece cerco di far scegliere ai miei figli quello che li appassiona davvero: una cosa, oltre la scuola, è sufficiente».
Quindi conciliare carriera e famiglia è possibile?
«Mi dispiace che si parli di conciliare. Noi donne siamo innanzitutto madri, questo non significa che se c’è la possibilità, non dobbiamo lavorare. Per me è importante che ogni donna abbia la possibilità di scegliere, che se desidera stare accanto ai figli lo possa fare, che se torna al lavoro non venga relegata a fare fotocopie, vorrei che ogni madre potesse vivere la gravidanza, ma anche la propria maternità nel modo più sereno possibile. La mia vita è complicata, ma mi chiedo “chi non ha una vita complicata?” anche con due figli è complesso, anche stando a casa a curare i figli ci sono le difficoltà. Ecco io dico che una donna dovrebbe poter scegliere serenamente, perché la serenità nella scelta sarà poi la forza di affrontare le difficoltà. Sento tante madri che si lamentano anche per cose piccole, io mi sforzo e cerco di non farlo. Mi dico “I miei figli hanno diritto ad avere una madre contenta”. Per questo il mio dovere è fare il meglio, il resto lo affido serenamente a Dio».
Nello sguardo sicuro di Clara Gaymard sembrano fondersi la serenità e l’umiltà di suo padre Jérôme Lejeune (1926 -1994),  medico, ricercatore e scopritore della sindrome di Down, Lejeune fu il primo grande oppositore delle pratiche eugenetiche e accanito difensore della dignità della vita. Grande amico di Giovanni Paolo II, fu il primo presidente della Pontificia Accademia per la Vita, e nel 2007 è iniziato il processo per la sua beatificazione.
«Ho avuto la fortuna, o forse sarebbe meglio dire la grazia di essere sua figlia, di vivere con lui. Un medico e un ricercatore, che però riusciva sempre ad ascoltarci. Aveva poco tempo, ma ogni giorno veniva a casa per pranzare insieme e allora era tutto per noi bambini, ci ascoltava e stava con noi. Il pranzo era anche il momento in cui papà raccontava quello che faceva sul lavoro. Ancora ricordo di quando ci descrisse questi bambini, con il viso un po’ cicciottello, dallo sguardo particolare, ci raccontava che nessuno li voleva, e che i genitori si vergognavano e lui diceva “Io voglio aiutare questi bambini, sono bellissimi”. Era felice di fare questo. Io non sono un medico, sono diversa in tante cose da mio padre, ma nel cuore ho la stessa felicità».
«La vita è felicità» è anche il libro scritto da Clara Gaymard nella quale racconta la sua vita e quella di suo padre. Il segreto per la felicità dunque non è riuscire a fare tutto?
«Ci sono cose importanti, e altre urgenti. E molte cose urgenti non sono importanti. Quelle importanti, poi, spesso non possono essere risolte rapidamente, perciò, non vanno fissate come urgenti. La serenità è prenderne atto e fare al meglio quello che si può fare, la felicità è sapere che c’è qualcuno che, per fortuna, che ha progetti diversi e più grandi dei nostri»."

Devo dire che leggendola mi sono poi chiesta se ci siano stati dei "ritocchi" o delle "aggiustatine" qua e là, perchè mi sembra fin troppo coerente e "perfetta". Ma pensandoci un attimo in più ho capito che il messaggio di fondo - che è quello della valorizzazione delle relazioni prima ed al di là del resto, nonchè del rispetto per la vita e del senso che ogni vita dona e può donare alla nostra esistenza - era chiaro e netto anche ipotizzando i già citati "ritocchi" e "aggiustatine".

Possiamo certo dirci che molto probabilmente la signora Lejeune in Gaymard abbia a disposizione risorse e strumenti non comuni, data la posizione socio-economica che le è propria. Possiamo anche dirci che è facile parlare per una donna che ha un marito come il suo. E ancora: possiamo dirci che aver avuto un padre come Jerome Lejeune non è certo esperienza comune. Vero. Tutto vero.

Credo, però, che le cose che possiamo dirci non siano solo queste. Credo che possiamo fermarci ad ascoltare la voce di una mamma (consentitemelo: nove figli sono nove figli, anche per Clara Lejeune!) che parla dei suoi figli con intelligenza e rispetto. Che ammette di aver perso occasioni importanti per non aver anteposto la carriera alla famiglia. Che si è accorta di non poter arrivare dappertutto e ha imparato a fare ciò che la maggior parte di noi donne-mamme non sa fare: accettare di essere imperfette, delegare, tollerare di non tenere tutto sotto il proprio controllo.

E ancora: mi chiedo quanto abbia giocato la presenza di un padre come Jerome Lejeune nella crescita e nella formazione di Clara. Badate bene: non mi faccio incantare dall'immagine del padre medico e scienziato che trova il tempo per tornare a pranzo a casa dalla famiglia. O meglio: cerco di andare oltre questo clichè del padre-impegnato-ma-presente e della madre-in-carriera-ma-i miei-figli-sono-più-importanti. Cerco di cogliere il senso profondo di queste immagini, il senso della presenza, il senso dell'esserci e del far percepire il proprio coinvolgimento sincero. E non solo: mi chiedo quanto sia stato incisivo l'effetto dei messaggi veicolati da questo papà, felice di un lavoro che era molto più di una professione: una passione, una missione, una vocazione.

La felicità è contagiosa tanto quanto la tristezza, tutti lo possiamo verificare con facilità nella vita di ogni giorno. Quando ci sentiamo felici e soddisfatti per qualcosa emaniamo una sorta di energia positiva che irradia e contagia. E quando addirittura viviamo l'esperienza dell'entusiasmo portiamo intorno a noi una dimensione divina, ultraterrena (entusiasmo deriva dal greco "essere in Dio", en-theos). Ed abbiamo la possibilità di elevarci al di sopra di ciò che ci è abitudine e consuetudine.

Ecco, questo è quanto ho guadagnato stamattina leggendo l'intervista di Clara: una sensazione di serena ed entusiasta possibilità evolutiva, un nuovo spunto per pensare alla mia vita di donna, di mamma, di moglie, di professionista.  La sensazione di poter provare ad essere tutte queste cose armonizzandole in un insieme coerente e meravigliosamente imperfetto, ma non per disimpegno o per pigrizia. Per semplice umanità. Anzi, Umanità, in tutti i sensi possibili.

E voi, che ne dite? Sarei felice di ascoltare i vostri pensieri in merito!

Un caro saluto a tutti voi.

Maria Beatrice